Ciò che inferno non è. Alessandro D’Avenia

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«Che film è?» domanda uno degli amici di Federico appena uscito dalla piscina. Sullo schermo scorrono le immagini di un pezzo di autostrada saltato in aria, a pochi chilometri da dove i ragazzi trascorrono un pomeriggio spensierato, il 23 maggio 1992.

La realtà non è un film, sembra voler insegnare il prof. Alessandro D’Avenia con il suo terzo romanzo Ciò che inferno non è, in uscita ancora una volta per Mondadori.

All’inizio dell’estate del 1993 Federico è uno studente liceale imbottito di sogni e poesia: tre mesi pieni di pura vacanza, il sogno di trovare una ragazza all’altezza del suo cuore esigente, le aspettative per l’imminente viaggio in Inghilterra dove imparerà l’inglese e diventerà bravo almeno quanto il fratello Manfredi. E la poesia, che tanto lo appassiona, perché gli piace giocare con le parole alle quali àncora pensieri e sentimenti. Ama Petrarca e suoi compagni lo sfottono per questo. Ma chi se ne importa, lui ha ben altro per la testa: l’ultimo giorno di scuola il suo prof di religione, don Pino Puglisi, gli ha chiesto una mano per alcune attività con i bambini della sua parrocchia e lui non ha saputo dire di no. Ha scoperto che c’è una Palermo che lui non conosceva, che inizia dietro un passaggio a livello e ha regole e paesaggi che non avrebbe neanche potuto immaginare. Non è un mondo fatato dietro lo specchio. Anzi, forse il mondo fatato è quello in cui ha vissuto finora. Tutto a Brancaccio è estremamente reale: la polvere, le case popolari dove molte persone vivono in pochi metri quadrati, il pugno che un ragazzino di dieci anni gli tira in faccia mentre prova ad arbitrare una partita, la catena rimasta orfana della sua bicicletta rubata. E poi, soprattutto, Lucia, una ragazza semplice e buona, tanto reale da non aver bisogno di truccarsi per apparire bella.

Questa doccia di realtà porta Federico a rivedere convinzioni e progetti di vita. A fargli da mentore è don Pino, forte ma delicato, spirituale ma pratico, divino ma umano, come un buon prete deve essere. E che, paradosso dei paradossi, trova la sua vera vita morendo. «Nessuno prende la realtà sul serio come il santo» scriveva Guardini «perché in verità ogni fantasticheria, sulla sua strada irta di pericoli, inesorabilmente si vendicherebbe. Divenire santo significa per l’uomo reale staccarsi da sé, per entrare nel Dio reale».

I pericoli, nei vicoli di Brancaccio, sono rappresentati da quei padrini per i quali la paternità è controllo, e non dono di sè. Le luminose storie di Federico, di don Pino e dei bambini del quartiere si intrecciano con le oscure trame di personaggi senza nome, che si fanno chiamare Madre Natura, il Cacciatore, u’ Turco. Loro violentano, rubano, bruciano i negozi, picchiano, uccidono. Il ‘buonista’ D’Avenia mostra di non aver alcuna remora a raccontare anche il male, un male che non è inventato ma storico, testimoniato. Per scrivere questo romanzo ha studiato tutto ciò che sulla vita di don Pino Puglisi è stato pubblicato e anche ciò che non è stato pubblicato, come la Positio del processo di beatificazione. Senza entrare nella questione dei rapporti tra mafia e politica -non è nelle finalità del romanzo l’inchiesta giornalistica- qua e là si accenna alla solitudine in cui don Pino è stato abbandonato da uno Stato che «è solo un participio passato».

A fare da sfondo a tutto questo Palermo: «qui tutto è porto. Non si contano le città che gli uomini e la natura hanno adagiato sul mare. Sono migliaia. Ma solo una può permettersi questo nome per vocazione, genio e destino. Palermo. Fiore per i Fenici che la chiamarono Zyz, per i fiumi che come petali dal mare risalgono sino all’antico ricettacolo del centro. Fiumi che ora non ci sono più, neanche a cercarne i segni che ogni corso d’acqua leviga sulle cose. Pan ormus». Tuttoporto e spasimo, sono i due volti di una conca d’oro che divora i suoi figli e nutre gli stranieri. Della sua città D’Avenia canta lo splendore e svela con coraggio le contraddizioni. Ne viene fuori un ritratto dolceamaro che solo chi in gioventù ne ha percorso le vie, ha respirato la salsedine, ha subìto lo scirocco e ha accarezzato con lo sguardo i palazzi antichi, può tratteggiare.

Il titolo del romanzo viene ancora una volta da un pagina di Calvino, in questo caso dalle Città invisibili. Una litote della speranza. E cosa non è l’inferno? L’inferno non è la mafia, non è il disagio sociale, non è neanche il degrado di un quartiere periferico. L’inferno è quando non si può più amare. Per questo don Pino Puglisi ha conquistato il paradiso, perché ha saputo sorridere ai suoi assassini e non ha mai odiato quanti ostacolavano, con l’intimidazione e la violenza, la sua opera di carità.

Il lettore che giunge all’ultima pagina, che sia adolescente o adulto, sente dentro di sé il desiderio di cancellare dal proprio cuore un po’ di quella indifferenza nei confronti delle tracce di inferno che incrostano le nostre esistenze e impegnare la propria vita in qualcosa di grande, anche nel piccolo delle proprie giornate. Che poi è l’eredità paradossale che un piccolo sacerdote dalle scarpe e dalle orecchie grandi ha lasciato alla sua città e a tutti.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Ciò che inferno non è. Alessandro D’Avenia
Autore: Alessandro D'Avenia
Genere: Romanzo di formazione
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 13 anni
Pagine: 324
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.