Martedì 07 Settembre 2010

Sperare ancora

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altDopo 15 giorni dal sisma hanno trovato una ragazza ancora viva sotto le macerie. Le immagini televisive sono commoventi, anche se il futuro della ragazza incerto: sopravviverà? Se sì, in quali condizioni? Mentre Haiti è devastata dal terremoto, una dietro l’altra le catastrofi ci passano davanti come un film: lo tsunami, l’11 settembre, El Nino, il terremoto in Abruzzo, fino alla casa crollata pochi giorni fa che ha ucciso due sorelle, di 14 e 4 anni. 

Tante persone muoiono, ma molte altre vivono, anzi, sopravvivono alle catastrofi e restano per ricominciare. Per non dire no alla vita, per non dire sì alla morte e alla distruzione, per opporsi a forze della natura più forti di loro, per dire e dimostrare con le opere e coi fatti che la vita può e deve andare avanti. Nonostante lo shock, nonostante la povertà, nonostante i traumi fisici.

Tutto lascia traccia, ferite visibili o nascoste, ma sono anche spinte, spinte per lottare. La vita non va mai lasciata andare a sé. Perché da sola non “si” vive. Non esiste il verbo riflessivo: viversi. Perché o si è soggetto, personaggio principale, responsabile, oppure non si vive e non c’è possibilità di tonalità intermedie. A volte la vita è bianco/nero, anzi, vita e morte sono bianco/nero, sono opposti che si prendono per mano solo quando ci rendiamo conto che all’uno segue l’altro, che l’uno non può esistere senza l’altro, come non ci può essere un’ombra se non c’è la luce che la determina e la forma.

Dobbiamo accettare la sofferenza che entra dalle nostre televisioni, violenta e aggressiva, per poter andare avanti. Se ci fermassimo a quelle immagini apriremmo noi stessi – i nostri pensieri, le nostre riflessioni – solo al negativo e non andremmo oltre. Ci faremmo imprigionare da quei messaggi, senza renderci conto che ci vien tolta la libertà di parola, di pensiero, soprattutto, di respiro: di far respirare la nostra anima, riossigenare il cervello e capire che c’è di più, c’è altro da scoprire e sta a noi farlo se gli altri non lo fanno per noi – e quante poche sono le volte che questo accade, giustamente.

Sperare, sperare ancora, anche giorni e giorni, settimane dopo il crollo. Una vita è stata donata un’altra volta a una ragazza, alla sua famiglia, ai suoi cari, ai suoi soccorritori, a chi la dava per spacciata insieme ad altre migliaia di vite. Ma lei, Darline, è stata segno di speranza. Lei ha dimostrato che vivere si può, ancora.

 

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Commenti
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Ele |Registered |2010-02-06 14:01:55
Quanta speranza vediamo! E quando ho visto le immagini di quella ragazza tirata fuori dalle macerie che ancora aveva la forza di alzare le braccia e accennare una canzone e dei discreti movimenti mi sono chiesta com'era possibile.
Dopo essere tirato fuori di lì riesci a cantare, magari quella canzone che da settimane avevi in testa e non ti riusciva soffiare fuori, magari le stesse canzonette che cantiamo noi oggi. E' possibile tirarle fuori dopo essere stati tirati fuori vivi a propria volta.
Quanta speranza!

Adesso per Haiti l'importante è non dimenticare quei volti, quella sofferenza. Non voltare pagina così, di botto, perchè "la notizia" non sconvolge più e le prime pagine dei giornali adesso parlano (giustamente ma non troppo) di altro. Continuiamo a stare loro vicini, sostenendo progetti o anche solo continuando a informarci perchè sembra poco ma forse può costruire tanto.