13 ragioni per aprire gli occhi

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13 Reasons Why, la nuova serie tv lanciata da Netflix e tratta dal thriller psicologico di Jay Asher. Nella semplicistica traduzione italiana, Tredici. Un cult, un grido nel deserto, un pugno in faccia.

La trama la conosce anche chi non l’ha mai guardato: Hannah Baker va al liceo e a causa del liceo si suicida. Prima di farlo lascia parlare per sé 7 audiocassette che registra in ambo i lati, storia dopo storia, componendo il mosaico di tragedie che l’ha portata al gesto estremo fino all’ultima, la tredicesima. Cyber bullismo, violenza verbale, stuprotradimenti amicali, abbandono. Il regista Brian Yorkey non usa nessuna pacatezza e censura: Tredici deve far male, e ci riesce. Deve arrivare a chi dice che con un po’ di distacco le cose si affrontano e risolvono, e deve al contempo mantenersi in equilibrio sulla corda del giustificazionismo.

Riesce anche in questo? Secondo alcuni no: in Canada ci sono scuole nelle quali la serie non può neanche essere sussurrata in corridoio. L’americana National Association of School Psychologists ha dichiarato che “Il potente storytelling potrebbe guidare gli spettatori impressionabili a romanzare le scelte fatte dai personaggi e/o sviluppare fantasie di vendetta“.
Allora servono altre sette cassette, e non per fare una lista della spesa da portare al mercato della morte. Servono per aprire gli occhi.

1. Occhio non vede, cuore non vuole
Non è un errore di battitura: è il cuore ad abbassare le serrande sugli occhi per un istinto egoisticamente protezionistico. Nei miei tutto sommato pochi anni di carriera umana ho visto in giro più ciechi che vedenti. Alcuni facevano gli insegnanti, altri i genitori, altri addirittura gli oculisti. Costringevano la realtà ad entrare nel cubo delle loro teste, e se la realtà era troppo grande o troppo tonda si voltavano altrove. A non guardare altrove.

2. A caval donato si fa la anche la radiografia
Il proverbio classico riterrebbe invece più educato evitare il giudizio su quello che ci viene offerto per prenderlo così per com’è. Avi e antenati hanno tessuto per noi una frase crudele, un patrimonio di passività. Il caval donato dev’essere accettato, non bisogna aprirgli il muso per dedurne l’età dai denti. E se fosse un cavallo di Troia? Un messaggio volgare, una minaccia di morte? I saggi erano molto ingenui: bisogna leggere oltre le parole. Sia le nostre che quelle di chi ci parla. Altro che controllo alla bocca: il cavallo dev’essere passato ai raggi X.

3 . Una rondine fa anche l’estate volendo
I ciechi per inerzia morale citati nel punto 1 vivono una crisi terribile se portati davanti al fatto compiuto. Sudano e balbettano “Beh, sarà stata una volta… lascia perdere, non succederà più”. Corrono al primo bagno possibile a lavarsene le mani. Una rondine non fa primavera, eh? Ditelo a chi d’istinto si guarda sempre alle spalle perché è stato picchiato una volta. Una rondine, se è un brutto uccellaccio, può significare un’intera gamma di stagioni.

4. Chi la fa non l’aspetta mai
Se attendete che il Creatore discenda dalla più alta delle sue nubi a denunciare le ingiustizie che avete subito, fulminando all’istante i vostri nemici, portatevi almeno qualcosa da mangiare per ingannare l’attesa. La giustizia non si fa da sola, non si fa in silenzio.

5. Fidarsi non è bene, non fidarsi è molto meglio
Chi sono le persone che avete attorno? Cosa fanno di positivo per gli altri? E voi che fate tanto i buoni, quanta gente c’è là fuori nella quale avete seminato rancore? Quanti nomi e cognomi avete escluso da una cerchia? Chi avete visto rovinarsi senza battere ciglio? Quali verità non avete portato a galla per la noia o la paura di affrontarne le conseguenze? Se come me non fate un esame di coscienza dal giorno della vostra prima confessione, è il momento di guardarvi attorno e prima ancora allo specchio.

6. La notte porta sonno
I consigli invece li portano le persone che vi amano autenticamente. Le vostre passioni. L’evasione dalla prigione del quotidiano, dallo schema in cui tutti dobbiamo forzatamente piacere a tutti. La notte porta sonno e il sonno porta stanchezza, e la stanchezza narcolessia etica. Vedete una persona triste e le sbadigliate accanto. Sentite un insulto pesante e ridete. Ed il sonno è così profondo che vi sveglia solo un urlo.

7. Meglio presto che sempre
Parliamone. E se nessuno capisce parlate, parlate ancora. Se vi tappano la bocca voi apritela, altro che caval donato. Se non trovate le parole da dire scrivetele, o ascoltatele. Fatevi una cultura, dal latino colere, che significa una miriade di meraviglie: coltivare,  lavorare, curare, abitare, vivere, trattenersi, frequentare.Onorare, venerare, trattare con riguardo, essere devoto a qualcuno, praticare, esercitare, solennizzare. Ornare, adornare, abbellire.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.