194, una Legge da buttare

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Pur rispettando la sentenza della Corte Costituzionale, che – chiamata lo scorso 20 giugno ad esprimersi sulla legittimità costituzionale della Legge 194/’78 – ha dichiarato «manifestamente inammissibile» il ricorso presentato dal Giudice tutelare del Tribunale di Spoleto in merito al caso di una sedicenne che aveva chiesto di sottoporsi a interruzione volontaria della gravidanza senza il coinvolgimento dei genitori, non possiamo sottrarci dall’impressione che detta norma continui a godere di una sorta di corazza protettiva che la rende invulnerabile a qualsivoglia rilievo.

Tale impressione non nasce da oggi se si pensa che solo tra il ’78 e il’ 79 furono sollevate diciotto eccezioni di legittimità, tutte respinte con ostinazione degna di miglior causa dalla Corte Costituzionale la quale, tuttavia, più volte si è soffermata a precisare come la tutela della vita del concepito abbia «fondamento costituzionale» (Sent: n.9 del 19/2/1965; n.49 del 16/3/1971; n. 35 del 10/2/1997). Del resto, che il diritto alla vita caratterizzi la stessa forma repubblicana e democratica del nostro Stato è noto (Cfr. Palazzo F.C. “Delitti contro la persona” in Enciclopedia del Diritto, XXX, Giuffrè 1983, p. 298 e segg.); ma quando si parla della 194, spesso, ci scordiamo come questa legge ne sia violativa dal momento che non consente alcuna salvaguardia concreta del diritto alla vita del concepito, tutela che pure – dicevamo poc’anzi – sulla carta è di rango costituzionale.

Non solo: neppure la “tutela sociale della maternità” risulta assicurata dalla norma in questione. Basti dire che non predispone alcuna forma di sostegno per la donna gravida, abbandonata letteralmente a se stessa, alla faccia della prevenzione che dovrebbero praticare i consultori pubblici. Un esempio fra tanti, in tal senso, lo dobbiamo ad una inchiesta di qualche anno fa della giornalista Stefania Antonetti, la quale, fingendosi incinta, si è recata presso alcuni consultori per verificare l’applicazione del dettato della Legge 194/’78, che in teoria impegna – non quando lo preferiscono o lo ritengono opportuno, bensì «in ogni caso» – «il consultorio e la struttura socio-sanitaria» di aiutare la donna in gravidanza difficile a «a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza» mettendola «in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre» e promuovendo «ogni opportuno intervento atto a» sostenerla «offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto» (art.5).
Questi i risultati dell’inchiesta: laddove il medico è più zelante – ha rilevato la Antonetti – il tutto si risolve in 900 secondi, vale a dire un quarto d’ora. Solitamente però l’opera “preventiva” – più che mai, qui, le virgolette paiono giustificate – dei consultori si protrae cinque, dieci minuti al massimo: praticamente il tempo che la donna impiega a sedersi, a farsi scrivere il certificato di aborto, salutare ed andarsene. Le conclusioni della giornalista furono purtroppo assai nette: «Nessuna donna può contare su un aiuto […] pochi pochissimi i segnali di conforto psicologico, e molta invece la fretta» (Il Giornale, 9/1/2008). E «tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto» da offrire alla donna «in ogni caso»? Che fine hanno fatto?

Molto altro ci sarebbe da dire sulla Legge 194, ma rileviamo come sia ingiustificato l’entusiasmo di queste ore, specie da parte di alcuni, verso una norma che – se sotto il versante giuridico si configura altamente contraddittoria nonché, come ha rilevato Antilosei, caratterizzata da «incongruenze, dissonanze, difetti di coordinamento» (Manuale di diritto penale, Giuffré 2008, p. 100) – sotto il profilo etico appare totalmente inaccettabile perché permette la soppressione prenatale di esseri umani. I quali, giova rammentarlo, sono tali a tutti gli effetti come dimostra la più recente letteratura scientifica, che ci ricorda come quello che siamo soliti chiamare «feto», altri non sia che un individuo che, dal grembo materno, ha già una sua vita relazionale (Cfr. Neuroendocrinology Letters. 2001; 22:295–304) fatta di ritmi giorno-notte (Cfr. Semin Perinatol. 2001;25(6):363-70), di riconoscimento dei profumi (Cfr. Clin Perinatol. 2004;31(2):261-85) e di memoria (Cfr. Acta Paediatr Suppl. 1996;416:16-20; Neuroreport.2005;16(1):81-4).
Non si spiegherebbe, altrimenti, il fatto che i bambini, appena nati, già piangono in modo diverso a seconda della nazionalità e della lingua parlata dalla madre, (Cfr. Current Biology 2009; 19(23):1994-7) ed hanno gusti alimentari condizionati da quelli della gestante (Cfr. Metabolism. 2008 ;57 Suppl 2:S22-6).

Tutte domande e considerazioni che coloro che sostengono per partito preso la Legge 194, evidentemente, evitano di porsi. Ed è un peccato perché quando lo faranno – e ci si augura che accada il prima possibile – potrebbero accorgersi di aver difeso a lungo una norma anacronistica, terribilmente iniqua e nemica del diritto fondamentale che dovrebbe essere assicurato ad ogni donna: quello di diventare madre.

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.