8 marzo, meno mimose e più rispetto

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Quando frequentavo il liceo, per andare a scuola, passavo davanti a quello che allora si chiamava istituto magistrale e che aveva una popolazione scolastica totalmente al femminile. Da studente ci facevo meno caso, forse perché ero di fretta per non arrivare in ritardo, ma da universitario, percorrendo la stessa strada, notavo davanti all’istituto gruppi di maschi sui motorini già al mattino presto in attesa di vedere, rivedere, incontrare, conquistare, salutare qualche ragazza.

L’8 marzo era uno di quei giorni in cui era meglio non passare da lì, poiché la presenza maschile aumentava e quella femminile stazionava ancora più a lungo sul marciapiede insieme a stuoli di venditori di mimose. Sul muro della scuola o a terra, purtroppo per i beni pubblici, apparivano frasi dedicate a qualche ragazza “più fortunata”, spesso con qualche errore di ortografia di troppo ma di certo con tanto amore!

Sono passati un po’ di anni, ma le cose a scuola non sono cambiate di molto nel giorno della “Festa della Donna”. Ci sono ragazze che durante la giornata fanno le indifferenti, ma alla prima occasione fanno notare ai compagni che almeno un rametto di mimosa avrebbero potuto portarlo; ve ne sono alcune che entrano a scuola con un sorriso luminoso che scopri solo dopo che il volto si libera dal grande mazzo di fiori con palloncino; c’è chi attende la ricreazione sperando che l’attesa porti qualcosa ed in effetti qualcuna ritorna più contenta in classe magari con una scatola di cioccolatini inviata da un ammiratore anonimo; non dimentichiamo le ragazze che non vogliono essere festeggiate e quelle che sono allergiche alla mimosa!

E i ragazzi che fanno? A parte i fidanzati che non hanno molta scelta, gli “innamorati segretamente” ne approfittano per avvicinarsi con un dono alla donzella, i compagni di classe si organizzano per tutte le compagne o c’è uno che pensa per tutte, ci sono anche quelli che non dimenticano le professoresse. Poi faccio scrivere una riflessione sull’argomento e leggo da una ragazza: «Non festeggio l’8 marzo, non capisco le donne che si riuniscono per uno spettacolo di spogliarellisti. È questa la parità? Una volta era il peggio dell’uomo, adesso ci vantiamo noi». E c’è pure chi richiama l’origine di questa giornata in ricordo della strage del marzo 1908 a New York e scrive: «Cosa c’è da festeggiare? Non sarebbe meglio riscoprire questa data come riflessione sulla condizione attuale di molte donne in Italia e nel mondo?».

E ancora una voce al femminile: «Oggi vorrei meno mimose e più rispetto per le mogli, le madri, le sorelle, le fidanzate, le amiche, le compagne di scuola, per ognuna di noi che cammina per strada o è al lavoro». Le alunne che hanno scritto queste parole non sono fuori dal mondo: amano la vita, godono delle feste, vivono la propria femminilità, stanno bene con i ragazzi, sono allegre, fanno volontariato, intelligenti e mai banali, hanno grandi sogni e progetti, insomma “teste pensanti” e “cuori ardenti”.

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.

  • Federicaa

    Ho letto il titolo dell’articolo e mi sono detta: vai così!!

    Sono assolutissimamente d’accordo col fatto che questa giornata non vada intesa come “festa”. Non c’è proprio niente da festeggiare, se vogliamo proprio essere pari allora inventiamo anche la festa dell’uomo e via.

    Non è festeggiare la donna per una giornata che fa capire che bisogna portarle rispetto. Perché quelli che portano i fiori e i cioccolatini alla propria donna, che la mettono su un piedistallo e la venerano, poi sono gli stessi che finiscono per picchiarla se li fa ingelosire. Senza generalizzare, ovviamente.