A chi parte e a chi resta

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“Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti?”

Amica mia,
quella sera tu avevi il mascara sciolto sulle guance, non riuscivi a parlare, e neanche io.
Ammettiamolo: come “macchine da guerra” certe volte facciamo un po’ schifo entrambe.
Sappi comunque che quell’abbraccio, così stretto e fragile insieme, non lo sostituirei mai, per niente al mondo, con nessun’altra parola.
Ma adesso ecco a te tutte le parole che quella sera non sono riuscita a dirti.

Ne sono sicura, sicurissima. Quella mattina, in aula video, quando tutti i nostri occhi seguivano concentrati “Into the Wild”, nel buio interrotto solo dal fascio di luce del proiettore e nel silenzio spezzato unicamente dalla musica del film, tu – mi sembra di vederti, con le gambe accavallate e il naso in su – lo so, tu ti sei sentita Christopher. Almeno per un minuto in più di tutti noi.
Perché non sapevi ancora niente del tuo viaggio, non sapevi dove saresti andata. Ma sapevi che saresti andata.
“In realtà per l’animo avventuroso dell’uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo” narrava la voce. E di nuovo ti vedo, che all’istante abbassi lo sguardo e sorridi impercettibilmente. Come ogni volta in cui qualcosa, o qualcuno, sembra raccontarci di noi.

Sono trascorsi poco più di tre mesi da quella mattina. E oggi, mentre io ti scrivo, tu sei in Polonia.
In quanti non approvavano? In quanti non capivano? Perché frequentare una scuola americana, perché andar via per undici mesi, perché prendere due diplomi?
Quante volte ti sei sentita dire: “è una follia”?

E sappi che io sono d’accordo: è stata una follia. Mettere da parte i tuoi voti altissimi per studiare all’estero, è stata una follia. Lasciare la tua casa per un anno, è stata una follia.
Ma la tua follia più grande sarebbe stata non partire. Perché alcune volte l’incosciente non è chi parte, ma chi resta. L’ho capito guardandoti. I tuoi occhi brillavano di prime esperienze da fare, i tuoi polmoni urlavano ossigeno e avventura.

È per questo motivo che, a coloro che semplificano tutto e dividono le scelte fra giuste e sbagliate, vorrei far capire che in troppi casi questo si rivela superficiale.
Esistono le storie. Sono sette miliardi. Tutte diverse. Alcune hanno mete ben precise, altre no, alcune salgono sui treni, altre no, alcune prendono il caffè la mattina, altre no.
Sono infiniti i ritmi con cui il sangue pompa nelle vene. Nella vita non c’è cosa più bella che ascoltare il proprio.
Non sai quanto sono fiera di te per aver avuto il coraggio di salire su quell’aereo. Sì perché… Chi l’ha detto che seguire i propri sogni è sbagliato, che è meglio dedicarsi a “qualcosa di più serio”? I sogni sono una cosa serissima. È immensamente più rischioso non averne, o averne di seconda mano, piuttosto che averne di sbagliati. E non solo a diciassette anni.

Come scrisse Mark Twain il secolo scorso: “Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma di quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate, sognate, scoprite!”

Sono perdutamente innamorata di questa frase… Mi ricorda quanto rischio può nascondersi nella prudenza, e quanta prudenza nel rischio. Trovo straordinaria la raffica di libertà che sprigionano queste parole. Soprattutto una: vento.

Lo sai dove voglio arrivare, vero? …A quell’ora di greco. Io e te sedute alla cattedra, di fronte, come sempre. Interrogazione memorabile. Tra le poesie di Saffo e Alceo, scoprimmo che vento in greco si diceva ἄνεμος (ànemos), da cui il latino, animus. L’anima infatti è un principio talmente ineffabile che gli antichi non sapevano indicarla, se non ricorrendo all’idea del vento. Proprio come il vento, la sua presenza non può essere direttamente percepibile: è provata solo dagli effetti che provoca.

Quella sera avrei voluto dirti che tu ce l’hai sempre avuto dentro, l’ἄνεμος. Non lasciare mai che si plachi. Non saresti più tu. Le vere macchine da guerra non si riconoscono dalle medie scolastiche stellari, né tantomeno dalle guance asciutte. Si riconosco dal “memento audere semper” che infuoca i loro sguardi e i loro sorrisi.
E per tutte le volte in cui le tue scelte saranno considerate follie, ricorda le parole di Charles Baudelaire: “Ma la voce mi disse: tieniti i sogni, i saggi non ne hanno di così belli come i pazzi”.

Infine… a chi sale sui treni e a chi no, a chi prende il caffè la mattina e a chi no… a chi parte e a chi resta… a tutti noi, ma soprattutto a te, dedico una delle poesie più belle di sempre.

“Itaca”, di Konstantinos Kavafis.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Silvia Occhipinti

Onde. Scarpette di stoffa, rosa, consumate. Greco. Libri. Notte. Inchiostro. Queste sono le mattonelle del mio nome. Riempite a modo vostro ognuna di queste piccole parole, ma tenete sempre i vostri pensieri accanto a una diciassettenne con un pizzico di follia negli occhi, pellicine rovinate ai pollici e un paio di Superga rosse ai piedi. Forse vi sarà utile sapere che… non so trattenere i sorrisi, mi piace la musica senza parole, e sono perdutamente innamorata degli occhi che brillano.