A scuola d’accoglienza

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All’inizio di ogni anno scolastico ci rendiamo conto del carattere sempre più eterogeneo delle classi. In ognuna di queste ritroviamo una pluralità di alunni: volti nuovi, religioni diverse, paesi lontanissimi… insomma, c’è davvero il mondo intero. Le storie si mescolano, si confondono, e una nuova sfida si ripresenta agli occhi degli insegnanti, una sfida sempre nuova, sempre più stimolante e avvincente.

Ma il viaggio vero e proprio è quello dei ragazzi nati in un altro contesto e che hanno vissuto l’esperienza del distacco dalle loro origini. Per questi l’impatto con una nuova vita è ruvido, forte, di sicuro più traumatico di quello vissuto dagli alunni “autoctoni”.

Una serie di sensazioni come queste pervade il mio animo e così, quando immagino l’atrio di una scuola elementare al primo giorno di lezione, ho la sensazione di affacciarmi sul mondo o di immergermi nei profumi forti e contrastanti di una banchina al saluto di una nave. Assisto al benvenuto, agli abbracci, si rincorrono pianti e sorrisi. I bambini si ritrovano, o meglio, si incontrano. E si celebra un rito ogni volta emozionante. Un rito che non ha un solo colore ma tutti i colori.

Il primo giorno di scuola che vorrei non sembra avere razze, distinzioni, confini. È uguale per tutti. Ci si incontra, forse ci si conosce per la prima volta, si comincia a navigare insieme. Sì, perché la scuola è come il mare: ci sono momenti di bassa, giorni di tempesta, momenti in cui il vento è favorevole, altri in cui è fortemente contrario. E da quel mare, che è così imprevisto, non sai mai cosa aspettarti: nuovi impegni, nuovi insegnanti, nuovi amici, nuove storie da raccontare.

Ci si aspetta sempre che qualcuno sia pronto a raccogliere la nostra sorte, a prendere in consegna la nostra vita, i nostri sogni, le nostre diversità. Magari, delle volte, ci si aspetta di trovare una persona che sia in grado di accoglierci per come siamo: belli o brutti, alti o bassi, bianchi o neri, studiosi o non. Qualcuno che ci insegni con l’esempio della vita che episodi di razzismo nelle scuole si combattono imparando, innanzitutto, ad accogliere noi stessi.

“Accogliere”, infatti, significa “raccogliere presso di sé, ricevere qualcuno con dimostrazione d’affetto” e deriva dal latino colligere: legare, unire. Amarci, insomma, per legarci a qualcun altro: è questo il compito cui sono chiamati gli insegnanti, le famiglie, i ragazzi…Accogliere i nuovi compagni come un altro sé, imparando, da quelle differenze, che il mare non ha sempre, e per fortuna, un solo colore.

Mai come adesso in quel mare la scuola ha bisogno di ritrovare la sua bellezza, quello stesso mare che ci insegna ad accogliere gli altri ci insegnerà anche a navigare con gli altri.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!