A scuola funziona così?

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Essendo da poco terminata la scuola, cominciano ad arrivare i primi risultati. Ciascun consiglio di classe si riunisce per decretare chi è sopravvissuto, chi è stato condannato alla ghigliottina e a chi invece sarà concessa un’ultima occasione per salvarsi. Regolarmente chi finisce per essere ghigliottinato, sente di aver subito delle ingiustizie rispetto ad altri a cui magari è stata concessa un’altra occasione per salvarsi o rispetto a quelli che sono sopravvissuti.

Perché accade questo? Io ho individuato due ipotesti.

La prima (la più accreditata): non si ha la maturità per riconoscere di essersi meritati questa sentenza. Appresa la notizia infatti, i ragazzi cominciano a cercare capri espiatori che possano scagionarli agli occhi dei genitori, i quali cominciano a sostenerli come non avevano mai fatto nei momenti in cui effettivamente ce n’era bisogno. Improvvisamente i genitori pretendono di conoscere le dinamiche della classe, pur non essendo presenti, e comincia una guerra spietata contro i professori che spesso sfocia addirittura in noiosi ricorsi tramite avvocati. Ma agendo così in realtà, nel momento in cui non vi sono validi motivi per portare avanti le tesi che il figlio presenta per giustificare la condanna, essi non fanno altro che danneggiare il proprio figlio anziché aiutarlo a riconoscere i propri sbagli per non ripeterli più in futuro.

Ed ecco la seconda ipotesi: effettivamente è stato adottato un criterio di giudizio diverso per altre persone, che vengono così definite “raccomandate”. I “giudici” ogni anno svolgono questo compito alla fine di un percorso d’insegnamento, durante il quale spesso e volentieri fanno anche la cosiddetta “morale” con cui condannano chi si fa raccomandare o dichiarano di essere totalmente estranei a questo sistema; alla fine, però, si rivelano esserne i principali elementi. Perché allora prendere in giro i ragazzi? Risponderebbero così: «non è che si voglia prendere in giro i ragazzi, il nostro dovere è quello d’insegnare la buona dottrina a coloro che un domani porteranno avanti la società». Da ciò l’unica cosa che si è portati ad affermare è questa: fanno il gioco delle parti, nel quale predicano bene e razzolano male.

La figura dell’insegnante, visto il ruolo che ricopre e visto che nel periodo di formazione del ragazzo è anche più presente dei genitori,  è sempre stata vista come l’esempio etico per eccellenza, non solo per gli insegnamenti che può trasmettere con le sue parole ma anche per i suoi gesti. Se ad esempio un insegnante è un tipo completamente fuori dagli schemi per il modo di vestire, per i modi di fare, di parlare, allora i ragazzi si sentono anche autorizzati a venire a scuola con i pantaloni a vita bassa, con il volto ricoperto di piercing e anche a parlare e a rispondere in maniera poco consona rispetto al luogo in cui ci si trova. Nemmeno però funziona il professore “all’antica”, quello che incute timore nei ragazzi, rimasto ai radicali metodi d’insegnamento del dopoguerra. Il professore ideale, l’esempio etico per eccellenza della società, allora dovrebbe semplicemente rispecchiare le idee della società in cui viviamo, esaltandone i lati positivi e condannandone i lati negativi con le parole e con i fatti.

Ma torniamo al nostro discorso iniziale: se l’ipotesi più diffusa fosse la seconda, viene da chiedersi se è giusto che gli insegnanti possano svolgere il loro ruolo a metà, con le parole e  non con i fatti. Quali modelli avremmo da seguire noi ragazzi?

Voi che ne dite?