A se stessa (I love Leopardi)(*)

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Eccomi qui, nella stanza 261 dell’ennesimo hotel.
Credo di non essermi mai mossa così tanto in diciotto anni come in questi cinque giorni.
La TV è accesa sulla BBC 1, che, come di consueto, trasmette un documentario (questo qui è sulle aquile).
L’Inghilterra, a detta degli stessi autoctoni, è particolarmente fredda quest’inverno; Cambridge, poi… Brrrr!
Ma qui nella mia enorme stanza con letto matrimoniale, divanetto e thermos (con latte in confezione incluso!) sto benone, ho impostato l’aria condizionata a 28 gradi (!)… Nostalgia per la terra sicula?

Mamma mia, sono cinque giorni che parlo inglese pure con le brooms (scope) che non so più esprimermi in Italiano half-decent… Err, ehm… Mezzo decente!
Anyway…
Il volo che mi porterà a casa sarà quello delle 9:15 di domattina.
Ma non tornerei, (of) course.

Davvero, non tornerei, se non per riabbracciare i miei e per mangiare un po’ di cibo sano. Ora, sfatiamo il mito della “pessima” cucina inglese. Sarò che io sono una GB-buff (patita, invaghita, invasata da questo Kingdom magnetico) ma a me piace tutto talmente tanto che una volta tornata dovrò assolutamente recuperare le sbafornie alimentari di questi giorni.

Ora, a parte il body-drama, io mi chiedo, come faccio a ritornare?!
In cinque giorni ho esperito una vita mille milioni di anni luce differente da quella molto… Narrow-minded(*), della studentessa frustrata per l’interrogazione dell’indomani. Che cosa infantile, mi viene in mente il Mito della Caverna di Platone…

Ho fatto cose per me stra-ordinarie.
Ho preso tutti in una volta i taxi su cui non son salita in diciott’anni; pagato ottomila hotel; studiato a memoria la cartina della Tube; incontrato assistenti universitari per colloqui pre-ammissione; chiesto informazioni topografiche a destra e a manca, vergognandomi di chiedere languidamente “Sorry?” quando credevo mi parlassero in tabassirano(*) piuttosto che in Inglese; bevuto litri di cappuccino (alquanto watery(*)!); rimasta a dir poco awestruck (*) dall’avvenenza folgorante di uno studente di Cambridge che a una mia domanda ripose con un “Of course!” che io… Goose-pimples (*)!; pranzato in uno di quegli giganteschi saloni potteriani e, soprattutto, sono stata interrogata da professori di Cam.

Tre interrogazioni di mezz’ora in cui mi è stato chiesto lo scibile imano (per esempio un frammento assurdo da Simonide (*), su papiro, per il quale la mia brutta figura è da Guinnes dei Primati), oltre a dover tradurre, io da sola in una mega classe da quaranta posti, in mezz’ora, un passo dai Tristia (*) ovidiani (in Inglese, ovviamente) senza vocabolario e sotto sorveglianza inflessibile.

Mi sono persa una settimana di scuola in cui i proff. hanno spiegato totam mundi scientiam e sono assalita da un’angoscia indicibile. Se penso che: compiti/interrogazioni continue = didattica preistorica (pure Quintiliano(*) se ne disgusterebbe) e sede scolastica (mia personale) = stalla, mi viene da piangere…
E chi vorrebbe più tornare?

Qui si respira cultura disinteressata. Serietà. Disciplina. Affabilità.
Altro che terrore inculcato con l’asperrima minaccia del brutto voto, indi, insanabile ansia da prestazione da parte degli alunni.
No. Qui tutto è sereno. Perfino le pareti traspirano amore per la cultura, invogliano allo studio.
Qua l’han proprio capito, non scholae sed vitae discimus (*): lo studio è amore, gioia, anche un gioco. Un gioco che si vince col sorriso, e in cui si vince sempre.

Se ho risposto alle domande dei professori di Cam è perché ho sempre studiato, e soprattutto perché ho sempre studiato per me; study for study’s sake (*), ecco!

Anyway.
Non nutro edificanti speranze riguardo all’ammissione a Cam, anche perché tutto dipende da un complicatissimo esame di Inglese accademico per cui ho studiato pazzamente ma che mi preoccupa alquanto.
Tuttavia, è proprio questo il prezzo da pagare per l’ambizione: il sacrificio, il frangar non flectar (*), il perfer et obdura (*), la forza di automacerarsi di lavoro, anche.
Sì, perché ha ragione in mio caro insegnante di Inglese (e anche di vita) Leslie, “for succeeding in life only 1% is genius, 99% is work”.
Com’è vero.
Bisogna non perdersi d’animo nella vita, perché nessuno dà niente gratis et amore Deo.
Ma mai rinunciare ai propri sogni per paura di non farcela!, alla fine ne sarà valsa la pena, anche se non si riuscirà.
In fondo, molto wildianamente, “every experience is a value”.

P.S.: gli affanni diventano dolci con l’appoggio di chi ci vuole bene.
GRAZIE, PROF MAU.

Thremhall House, Stansted 4:15 pm Dic. 9, 2010

(*)(I love Leopardi!)= A se stesso è una poesia di Giacomo Leopardi del 1835. Questo componimento, insieme a Il pensiero dominante, Amore e morte e Aspasia, appartiene al cosiddetto ciclo di Aspasia.
(*)Narrow-minded = lett., “dalla mente ristretta”.
(*)Awestruck = “pieno di soggezione”.
(*)Watery = acquoso.
(*) Tabassirano = lingua caucasica la cui morfologia conta quarantotto casi.
(*)Goose-pimples = pelle d’oca.

(*) Simonide = poeta lirico greco antico (VI-V sec. a. C.).

(*) Tristia = opera poetica in cinque libri (cinquanta elegie) del poeta latino di età augustea (44 a.C-14 d.C) Ovidio.

(*) Quintiliano = oratore romano e maestro di retorica (età dei Flavi, 69-96 d.C.), considerato l’iniziatore della moderna pedagogia.

(*)Non scholae sed vitae discimus = motto latino, “non impariamo per la scuola, ma per la vita”. In realtà il detto originale era Non vitae sed scholae discimus, di Seneca (Epistulae morales ad Lucilium, Epistula CVI), col significato opposto di "non impariamo tramite la vita, ma grazie alla Scuola" poiché all’epoca la cultura e le nozioni di vita si imparavano più a scuola che in strada, dove si imparava spesso solo delinquenza e disonore.

(*) Study for study’s sake = lett., “studio per amore dello studio”.

(*) Frangar non flectar = locuzione latina, "mi spezzerò, ma non mi piegherò".

(*) Perfer et obdura = “sopporta e resisti”, Ars Amatoria ( Liber III); Ovidio (citazione completa: Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim, “sopporta e resisti! Un giorno questo dolore ti sarà utile”).

Cogitoetvolo