Abbiamo le orecchie ma sappiamo ascoltare?

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Nel mondo dei social network e della comunicazione, tra messaggi, sms, mail, post e articoli, siamo bravi a parlare di noi stessi e delle nostre passioni… ma quanto siamo bravi ad ascoltare gli altri?

Ho partecipato a un bellissimo incontro sul tema della comunicazione. Mi aspettavo una lezione su come comunicare in maniera efficace, come essere oratori incisivi e pregnanti. E invece, ho imparato una cosa che troppo spesso diamo per scontato: non si può essere dei buoni comunicatori se non si è prima dei buoni ascoltatori.

L’ascolto è il principio, l’assioma basilare di ogni relazione.

Partiamo da una distinzione: ascoltare non è sinonimo di sentire. Sentire significa percepire coi sensi un segnale fisico, mentre ascoltare è un atto volontario e di conseguenza necessita della nostra totale attenzione. Chi ascolta entra in una relazione bidirezionale, fatta di parole e silenzi che devono essere complementari. Chi parla senza ascoltare, non è un buon comunicatore.

Ma se credete che basti ascoltare per costruire una buona comunicazione, vi sbagliate di grosso.  Non bisogna solamente ascoltare, bisogna farlo bene! Ovvero entrare empaticamente in contatto con l’altro, attraverso una modalità che si chiama di “ascolto attivo”. Stare in silenzio senza interrompere, cogliere gli stati d’animo dell’interlocutore, incoraggiarlo a parlare, approfondire il suo discorso con domande, riformulare le sue frasi per assicurarci d’aver capito, sono tutte tecniche necessarie a instaurare un’ottima relazione comunicativa.

Parafrasando la massima scritta sopra, non si può pretendere nulla – in questo caso di essere ascoltati – se non siamo disposti noi per primi a dare qualcosa, come la nostra totale attenzione.

Allora viene spontaneo chiedersi: quante volte una persona ha tentato di parlarci senza che noi fossimo disposti ad ascoltare, nel modo giusto e fino in fondo, ciò che aveva da dirci? Nella nostra vita quotidiana, sappiamo essere dei buoni ascoltatori nei confronti di parenti, amici, colleghi o anche sconosciuti?

Facciamo degli esempi pratici: quando chiediamo a un amico «come stai?», dopo ascoltiamo veramente la risposta? O ci accontentiamo di sentire un «bene», magari non proprio sincero? O ancora, nelle discussioni più accese, siamo in grado di restare in silenzio per dare all’interlocutore il tempo di spiegarsi, oppure lo soffochiamo di parole e opinioni che provengono soltanto da noi?

Come tutte le cose della vita – ahimè, ahinoi – anche ascoltare, se si vuole farlo al meglio, richiede impegno e fatica. Possiamo allenarci, piano piano, diagnosticando i nostri difetti, il nostro “livello di sordità”, e tentando di correggerci.

Come disse il filosofo greco Epitteto, «Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà».

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".