Abeer al-Janabi

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12 settembre 2006. E’ notte. Quattro soldati americani, in missione presso il posto di blocco di Mahmudiyah, a sud di Baghdad, vestiti da insorti, irrompono in una piccola casa spoglia abitata da civili iracheni.

Lì abita Abeer al-Janabi, 13 anni, con i suoi genitori e la sorellina. Abeer passa spesso dal posto di blocco per andare a scuola, è una ragazzina come tante, costretta a convivere con il peso insostenibile della guerra. Qualcuno nota l’attenzione quasi morbosa dei soldati americani nel perquisirla, ma suo padre nega ogni perplessità: è solo una bambina…e i bambini non si toccano. La guerra però non fa sconti, non guarda età, sesso, etnia. Tutti sono carne da macello, bisogna solo aspettare il momento propizio.

E così quella tremenda notte arriva. Il soldato Steven Dale Green, perfettamente cosciente, sa già cosa fare. Entra in casa con i commilitoni, uccide con assoluta freddezza Fakhriya Taha Muhasen, 34 anni, madre della ragazza, Qassim Hamza Raheem, 45 anni, padre di Abeer, e la sorellina Hadeel Qassim Hamza, di soli 6 anni. Nel frattempo altri due soldati abusano della ragazzina, aspettando l’arrivo di Green, che dopo aver concluso la violenza, uccide con uno sparo in fronte la giovane vittima per poi dare fuoco ai corpi e alla casa, mentre l’altro soldato fa da guardia senza intervenire. Ordinaria cronaca di guerra.

Nonostante i tentativi maldestri di alcune autorità di negare quanto accaduto (al fine soprattutto di evitare un altro caso “Abu Ghraib”), la verità viene a galla grazie alle testimonianze di alcuni soldati. Giorno 4 settembre Steven Dale Green riesce ad evitare la pena capitale, ma non l’ergastolo (per l’esattezza cinque ergastoli) per i tremendi crimini commessi. Pena dell’ergastolo anche per gli altri due militari coinvolti direttamente nelle violenze e appena 27 mesi per il “palo”.

Le riflessioni dopo questa cruda storia potrebbero anche non finire mai, ma è necessaria quanto meno una precisazione: nessuna guerra può essere accettata, quali che siano i motivi che spingono ad intervenire. Nel caso di specie, la guerra in Iraq ha rappresentato semplicemente il gioco di forza degli U.S.A. nel contesto internazionale e, mi viene da pensare, un ottimo modo per controllare la crescita demografica americana. Perché non muoiono solo iracheni, ma anche americani. E chi lo va a spiegare alle famiglie che si trattava di una guerra “giusta”?

Le armi di distruzione di massa non sono state trovate. Ma il corpo di Abeer sì, bruciato e maltrattato dalla furia omicida di una guerra inutile.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.