Abortire la libertà o libertà di abortire?

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Sarà che sono una femminista nata tardi. Sarà che ho ereditato, e non sudato, le conquiste femministe dalle eroine degli anni ’70. Quelle che hanno distrutto l’immagine obsoleta della donna come madre, moglie, essere perfetto che può ottenere tutto ma non la propria realizzazione. Sarà che sono così giovane da apprezzare sì, ma da non riuscire a capire fino in fondo cosa abbia voluto dire lottare per la conquista di quei diritti femminili che oggi mi sembrano tanto ovvi. Sarà che penso che di strada bisogna ancora farne. E non solo perché la donna sia in tutto e per tutto pari all’uomo. Ma per difendere con le mani e coi denti la vita. In tutte le sue forme, anche le più crude. Sarà che aldilà dei muri che distanziano uomini e donne, io continuo a vedere solo barriere innalzate per sterminare vite, accartocciare speranze, separare persone, di qualunque sesso esse siano. Solo per il gusto di rivendicare una libertà che non ci spetta e non ci è dovuta. Sarà. Ma di fronte a un certo femminismo qualunquista che grida slogan, inneggia all’uguaglianza, si proclama libero e risoluto, io mi sento a disagio.

Qualche tempo fa la copertina di Internazionale riportava un’immagine forte. Una donna – dall’aspetto quasi androgino – indossa una maglia – altrettanto androgina per modello e scritta – che riporta le parole “I had an abortion”. Ecco. Se anni e anni di lotta femminista sono serviti a inneggiare alla normalizzazione dell’aborto, credo che un po’ di sana anormalità debba andare ripristinata. Perché se lottiamo affinché non ci siano sperequazioni in nessun campo tra l’essere maschio e l’essere femmina, sono entusiasta dei risultati che ad oggi sono stati raggiunti dopo anni e anni di lotte progressiste e femministe. Ma se lottiamo per regredire e mai per progredire, allora non ci sto. Perché qui di normalizzato vedo solo l’anormalità. E una maglietta che esibisce, quasi fosse un trofeo, una delle violenze più grandi nella storia di tutti i tempi. L’aborto. L’uccisione di una persona. Il delitto perpetrato ai danni di una vita che è tale sebbene non sia ancora in grado di articolare parole, muovere i suoi arti, difendere se stesso. E se la Pollitt, la nota femminista statunitense della quale l’Internazionale riporta i suoi due articoli sul fenomeno, giudica gretto questo modo di vedere l’atto generato dall’aborto, perché, secondo le sue considerazioni, non c’è nulla di virtuoso ad aggiungere un bambino a quelli dai quali si è già sopraffatti, perché è diritto della donna decidere se interrompere la sua gravidanza quando e come vuole, perché abortire dovrebbe essere considerato normale nella vita riproduttiva di una donna, intervengono la scienza e la moralità a dimostrare che la lotta femminista non va di pari passo a quella sbandierata libertà femminile che di libero ha solo il nome.

Da un punto di vista scientifico, infatti, il soggetto abortito non è una semplice parte del corpo di una donna, ma semmai un tutto geneticamente autonomo e come tale già individuo, dal momento che lo sviluppo umano comincia nel momento della fecondazione, quando un gamete maschile si unisce a un gamete femminile per dare vita alla vita. L’aborto, dunque, non riguarda la donna come soggetto singolo, ma un nuovo essere di fatto, già formato. Ed è la scienza a dimostrarlo aldilà di qualsivoglia visione morale, filosofica, religiosa.

Per quanto riguarda, poi, la normalità e la non traumaticità dell’atto, ancora una volta interviene la scienza a chiarire ogni dubbio. Moltissimi recenti studi hanno, infatti, dimostrato che sono tante le conseguenze psichiche a cui va incontro una donna che pure ha scelto di abortire volontariamente, nonostante lo studio pubblicato sulla Harvard Review of Psychiatry del 2009, riportato nel lungo servizio di Internazionale, riferisca a torto l’esatto contrario.

Ma ciò che atterrisce, aldilà dei dati scientifici, è pensare che l’aborto non sia solo un atto possibile, ritenuto normale nella vita di una donna, ma che esso venga quasi assurto a motivo di orgoglio del quale l’abortente deve andare fiera tanto da scriverselo su una maglietta e palesarlo al mondo intero. Peccato che, a fronte di una totale libertà di colei che decide di troncare una vita, l’abortito non abbia la benché minima possibilità di reagire, a causa del fatto e proprio perché non può far valere i suoi diritti attraverso la sua non ancora presente voce.

Non occorre giudicare, né puntare il dito contro chi si autodetermina, né tanto meno separare drasticamente – e stupidamente – il bene dal male. Bisogna, però, fermarsi un attimo. Riflettere. Ascoltare il battito del proprio cuore. Ricordare che ogni giorno donne e uomini, privi di barriere che li distanziano, sono chiamati ad affrontare un dialogo costruttivo i cui temi sono le leggi dell’amore e del buon senso. Comprendere che aborto non è pena da depenalizzare, ma diritto liberticida che non possiamo esercitare. Almeno fino a quando ci sarà ancora un briciolo d’amore e rispetto per la vita che ci è toccata in sorte e per tutte quelle vite che la sorte ci affiderà.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.