Accabadora

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Con una certa curiosità mi sono accostato al premio Campiello 2010. Si fa leggere con piacere e l’ho finito in poche ore (complice anche un fastidioso torcicollo che mi ha costretto a casa…). Ne avevo sentito parlare in tv e nei giornali, anche se dell’autrice si è parlato di più per il rimprovero a Vespa per i suoi commenti sulla scollatura della Avallone (commenti che condivido, peraltro…) piuttosto che per il valore del suo romanzo.

Accabadora, da ‘acabar’, che in spagnolo vuol dire finire, terminare. Letteralmente andrebbe tradotto con ‘terminatrice’ (una sorta di terminator in gonnella? naaa…). O, peggio, ‘la sterminatrice’. Ma neanche questa traduzione si addice a Bonaria Urrai, figura centrale del romanzo. L’accabadora assomiglia di più a una ‘ostetrica al contrario’, una che invece di aiutare le persone a nascere le aiuta a morire. Lei stessa suggerisce questa definizione quando parla di sé alla giovane Maria, sua figlia adottiva: «non sai cosa dici. Ti sei tagliata da sola il cordone? Non ti hanno forse lavata e allattata? Non sei nata e cresciuta due volte per grazia di altri, o sei così brava che hai fatto tutto da sola? (…) Altri hanno deciso per te allora, e altri decideranno quando servirà di farlo. (…) Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto». (pag. 117).

Maria è la quarta figlia di una madre vedova. E’ molto vivace e intelligente ma la madre ha difficoltà a mantenerla e così non ci pensa due volte quando si presenta la possibilità di darla in adozione a Bonaria Urrai, sarta di giorno accabadora di notte, che di figli non ne ha. La notizia dell’adozione corre di bocca in bocca a Soreni, il piccolo paese sardo dove si svolge la vicenda. Poi altre vicende rubano l’attenzione dei compaesani chiacchieroni: il furto di un pezzo di terreno, il matrimonio della prima sorella di Maria, la morte di Nicola Bastìu. E sarà proprio attraverso queste vicende, che Maria giungerà a scoprire la vera identità della sua madre adottiva. Le conseguenze della scoperta romperanno l’equilibrio tra le due faticosamente trovato nel corso degli anni dell’infanzia. Maria diventa grande e fa le sue scelte, si allontana da Bonaria e dall’ambiente asfittico e ancestrale di Soreni, seguendo il consiglio della sua maestra Luciana «Ti serve un’altra vita, dove nessuno sappia chi sei, di chi o di cosa sei figlia». Parte per Torino, e così prova a «farsi accabadora dei suoi ricordi e trattare gli avvenimenti che l’avevano portata a quella decisione come persone da far salire o meno sul traghetto per il continente. Uno per uno li segnò, mentre li ricordava per dimenticarli, e quando arrivò al porto di Genova scese dalla nave sentendosi più leggera, convinta di aver lasciato sull’altra terra tutta la zavorra delle sue ferite». Ma dopo qualche anno il ritorno a casa per pareggiare i conti col passato è necessario…

Il romanzo è suggestivo, non solo per l’ambientazione geografica fortemente caratterizzata (e sottolineata anche dall’uso di qualche vocabolo dialettale, per il quale l’autrice ringrazia «Marcello Fois, per avermi guarita dalla paura di usare il mio sardo»). Suggestivo soprattutto perché tutta la vicenda è un invito a riflettere sul diritto o meno di qualcuno a dare la morte a un suo simile che gliela chiede. Come il tema di una sonata la questione torna a più riprese e sotto diverse forme lungo il romanzo. Una prima volta l’accabadora viene chiamata da una famiglia ma si rifiuta di svolgere il suo compito perché il malato non è in fin di vita. Anzi in quell’occasione maledice i familiari che volevano liberarsi così facilmente del loro congiunto. Ma più avanti si trova davanti a un giovane, vittima di un incidente, che vuole a tutti i costi morire. « Credi davvero che il mio compito sia ammazzare chi non ha il coraggio di affrontare le difficoltà?» gli dice Bonaria. «No, credo sia aiutare chi lo vuole a smettere di soffrire» le risponde. «Quello è il compito di Nostro Signore, non il mio. Non hai mai creduto nelle cose giuste, adesso vuoi insegnare a me quelle sbagliate?». Poi però, per ragioni non chiarissime, la fermezza di Bonaria viene meno. Il piano religioso si confonde con quello della superstizione e delle tradizioni popolari. L’accabadora compie il suo lavoro solo dopo che sono stati portati via dalla stanza del suo ‘cliente’ tutti i simboli religiosi. E l’impressione, alla fine del libro, è che non sia stata trovata una soluzione alla difficoltà di «distinguere tra la pietà e il delitto». Forse è nelle commoventi pagine finali che si accende una piccola luce, quando Maria si trova in condizioni di dover fare una scelta difficile e rimettere insieme tutti i pezzi della sua travagliata vita…

Lo stile della Murgia è duro, concreto, carnale, denso di metafore e ironia. Qualche esempio. Maria da bambina viene beccata a rubare delle ciliegie dal fruttivendolo, quando queste si schiacciano nella tasca del suo grembiule bianco: «Un rosso rivelatore che si allargava come una ferita, e in certi punti era quasi nero. Quella macchia sembrava di lei l’unica cosa in divenire, un osceno menarca di frutta». Oppure la descrizione della sorella di Maria promessa sposa: «Robusta come un minatore, era stata serva otto anni in casa di Giuanni Asteri per farsi il corredo da sposa e ora, nonostante sfoggiasse la gonna più alla moda del suo guardaroba, sedeva nel soggiorno con la stessa grazia di un nuraghe sfatto.» O ancora quando racconta che a Maria piacevano i capelli della maestra perché erano «non lisci e attaccati alla testa come il pelo di un topo caduto nell’olio, né ricci come quelli di sua madre, così intricati che la mano non arrivava mai fino in fondo. I capelli di Maestra Luciana avevano un carattere morbido che andava d’accordo con qualunque vento.»

Condivido con diversi lettori (basta farsi un giro su www.ibs.it…) le perplessità legate ai capitoli 14 e 15, relativi al periodo trascorso da Maria lontano da Soreni. Sembrano un inserto scollegato con il resto della storia e apparentemente ben poco integrato nel disegno unitario. Fretta di portare a termine il lavoro? O anche quella digressione porta in sé un messaggio che però si fa a fatica a cogliere?

Nel complesso comunque credo che Accabadora meriti l’attenzione che sta ricevendo dal pubblico. Ha il merito di descrivere uno spaccato di vita sarda senza fermarsi al mero compiacimento documentaristico di portare alla ribalta una cultura contadina e popolare.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Accabadora
Autore: Michela Murgia
Genere: Romanzo
Editore: Einaudi
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 172
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.