Adesso!

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Non una mela, no, un ADESSO al giorno sparpaglia via lontano da noi le diagnosi di tutti i medici. Senza più lamentarsi di una società che non funziona.

I passi felpati, di gatto. Le parole, sussurrate, servono solo a tacerne di altre. Nessuno si muova, insomma. Poi un cenno del capo, uno, giusto un sorgere istantaneo della fronte.

ADESSO!

Con la discrezione che è nel sangue di ogni agente americano, la porta è abbattuta in un soffio. Non che ci voglia una ruspa, quella è leggerissima, ma è ogni volta uno scenografico dolore questo squarcio di legno, quasi un nuovo omicidio. Niente campanelli, nei polizieschi.

ADESSO!

Ma è impressionante come da un momento all’altro le cose cambino, come quel grido sia il ciak di un gomitolo di azioni: niente più silenzio, nei polizieschi. E la porta, dove c’era la porta c’è legno bucato, e oltre quello gente che insegue e che scappa e che grida e che parla al telefono per informare la centrale.

ADESSO!
E tutto si trasforma.

Ci andrà a finire così, che troveremo il senso della vita non davanti al commovente finale di Hachiko, non inondando il soggiorno dell’ingenuo pianto strappatoci dall’Oscar del momento, ci finirà che capiremo tutto un martedì sera, spalmati sul divano, nella noia dello zapping, quando, galleggiando nell’immondizia televisiva, ci accorgeremo sbadigliando di stare assistendo ad un momento di tensione, e per inerzia emotiva rimarremo in attesa anche noi. Ci assorderà quell’ADESSO che si scrive sempre maiuscolo, urlandolo; parola che solleva le tovaglie e fa volare i piatti in ogni dove.

Penseremo che un termine del genere vada usato con parsimonia, per non consumarne la mastodontica e rispettabilissima entità, o piuttosto che sia più giusto ripeterlo spesso, ricavandone l’energia vitale per rialzarci e correre altrove. Nominandolo, quell’istante si fa lama che spacca la storia in due monconi: il silente prima e il chiassoso dopo. Una rivoluzione in miniatura.

E noi che diciamo Adesso con la bocca impastata di sonno, per rimediare ai doveri incompiuti; noi che lo leggiamo sui social e che pigramente lo vediamo trasformarsi in 2 minuti fa, o lo pronunciamo freddamente, frettolosamente, pretendendo ascolto, azione. Quello scatto che gli americani fanno con un cenno del capo.

Guardiamoci allo specchio: a noi che manca? La fisicità, forse? Quel grammo di pancetta in più ci ruberà mica la libertà di sconvolgere in un sol colpo la staticità delle nostre esistenze? Macché, qui si parla di corse ontologiche, di saltelli morali, carpiati dell’anima! A sfondare una porta ci vuol poco e niente.

Non una mela, no, un ADESSO al giorno sparpaglia via lontano da noi le diagnosi di tutti i medici. Il quotidiano stancarsi di star fermi a far nulla, il mattutino volersi migliori, decidere che se qualcosa non ci piace va cambiata, e cambiarla noi stessi, maniche rimboccate e cuore in mano.
Senza più lamentarsi degli ingranaggi di una società che non funziona, farsi orologiai e ripararli da sé.

Una signora si stancò della sporcizia, andò in spiaggia con grandi sacchi neri e tolse via le bottiglie, e su quella sabbia risero i bambini. Chissà che le nostre strade e i loro alberi, chissà che le nostre stesse vite non siano nate dal non accontentarsi, uno sguardo d’intesa per capire che il momento giusto non telefona prima di arrivare, è ospite scortese il quale capita quando vuole e pretende vitto e alloggio. Chissà quanta gioia nell’oraziano coglierlo e accoglierlo.

Chissà quanta forza nello spegnere la tv e alzare nuove antenne verso cieli migliori, nello sfondare le porte che ci separano dall’autenticità.

Niente campanelli, nei polizieschi: c’è da vivere il momento ed aggrapparsi  AD-ESSO.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.