Africa. Un continente in guerra

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La maggior parte delle guerre che si combattono nel mondo si svolgono in Africa. Eppure in TV se ne parla pochissimo e spesso solo se le notizie possono essere presentate con una buona dose di spettacolarità che faccia provare al telespettatore emozioni forti, spesso legate a notizie ed immagini raccapriccianti. E’ stato il caso della guerra in Ruanda, che per molto tempo è stata al centro delle attenzioni televisive, soprattutto per le atrocità che l’hanno caratterizzata…

In questo articolo, tratto dalla rivista Dimensioni Nuove, vi invitiamo a riflettere su una parte del mondo che meriterebbe più attenzioni e aiuti reali e che probabilmente influenzerà il futuro di tutta l’umanità nei prossimi decenni: l’Africa.

 

Da lungo tempo, ormai, l’Africa è martoriata da guerre endemiche e da un sottosviluppo cronico. Queste sono due realtà negative che si alimentano a vicenda. L’una esiste in virtù dell’altra e viceversa. Algeria, Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan, Nigeria, Uganda, Congo, Ruanda, Burundi, Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Angola sono solo alcuni di quegli innumerevoli Stati, che costituiscono e compongono la geografia bellica di un continente falcidiato da conflitti, sorti per motivi etnici, tribali o di clan, o di confine, o per ragioni che si riconducono ancora ai tempi del colonialismo e del neo-colonialismo, o per la volontà di onnipotenza, le rivalità e le ambizioni di «signori della guerra» locali.

Guerre e globalizzazione
Le guerre in Africa fanno parte intrinseca di un processo globalizzato di produzione e circolazione di infinite materie prime, e delle contorte dinamiche di potere che si creano tra soggetti politici, economici e militari che sfruttano queste risorse, coinvolgendo dietro le quinte, direttamente o indirettamente, ma in un modo non certo tanto sfumato e così occulto, l’Occidente, il Nord del mondo.
Se, da un lato, i conflitti bellici sembrano alimentati da ragioni interne, che si rifanno a controversie etniche, alla brama di potere di alcuni clan o singoli leader politici o militari, disposti perciò a sopprimere nel sangue altri concorrenti politici e altre fazioni tribali, configurando una realtà di violenza selvaggia e ancestrale (un caso tipico è stato quello, tanto conclamato, tra Hutu e Tutsi in Ruanda e Burundi), dall’altro, la causa principe delle guerre risale essenzialmente al controllo dello sfruttamento delle risorse, che si traduce il più delle volte in un abuso illegale e ingiusto, sintomatico e sistematico di esse, sotto la regia speculativa, invisibile o dissimulata di potenze straniere e di multinazionali.

I signori della guerra
Alberto Sciortino, un conoscitore esperto della realtà africana, coordinatore di progetti di sviluppo in vari Paesi africani per conto dell’Organizzazione “Cooperazione Internazionale Sud Sud”, in una sua recente pubblicazione, un saggio edito da Baldini Castoldi Dalai (2008, pp. 441), dal titolo esplicito “L’Africa in guerra”, ha formulato e documentato un’altra realtà effettiva nell’indagare le varie cause e conseguenze da cui derivano e in cui sfociano i conflitti bellici nel continente nero: «Le risorse economiche che entrano in gioco nei vari conflitti possono essere molto ingenti. Per avere un’idea dell’entità di queste economie di guerra per le risorse, si stima che durante la guerra in Angola il reddito per il traffico di diamanti ha reso circa 125 milioni di dollari ogni anno; tra i 100 e i 187 milioni annui per il legname tropicale al centro della guerra in Liberia; oltre 250 milioni di dollari per il coltan nella guerra in Congo. Con simili cifre, ha ragione chi scrive che i capi delle fazioni armate, i signori della guerra, lungi dall’essere semplici criminali o peggio il prodotto di situazioni sociali arretrate (o ancora una volta etniche, tribali, e così via) sono invece nuovi attori pienamente consapevoli del regime di globalizzazione economica in cui si trovano ad agire e della marginalità politica dei loro Paesi, essi costituiscono una particolare figura a metà tra politici e businessman nella nuova economia globale, che in genere proviene dalle élite politico-militari delle nazioni in guerra».

L’esperto
A padre Ugo Pozzoli, missionario della Consolata, direttore della rivista mensile “Missioni Consolata” di Torino, abbiamo rivolto alcune domande sul perché delle guerre in Africa.

africa_guerra1.pngCome mai in Africa, la guerra è diventata una costante per tantissimi Paesi?
«È francamente molto difficile orientarsi nella straordinaria complessità di questo fenomeno. Mi permetto, a questo proposito, di consigliare un volume di recente pubblicazione: L’Africa in guerra: i conflitti africani e la globalizzazione, di Alberto Sciortino. Basta scorrere l’indice per vedere la varietà dei conflitti e delle loro cause. Ci sono guerre di frontiera fra stato e stato, guerre che si sviluppano su base regionale; altri conflitti deflagrano per ragioni etniche o religiose. Ci sono, infine, le guerre causate da ciò che Sciortino chiama il sistema delle economie di saccheggio. Credo che la sua definizione non abbia bisogno di spiegazioni. Tutte queste ragioni si sommano fra di loro, dando vita a cocktail esplosivi. Il fattore economico rimane a ogni buon conto il più importante, quello che sottostà alla maggior parte delle guerre che si combattono sul continente. Di fondamentale importanza è oggi il controllo delle fonti energetiche: petrolio, per esempio, oppure l’acqua».

Le responsabilità dell’Occidente ci sono o la guerra è colpa solo dell’Africa?
«Le responsabilità dell’Occidente ci sono state in passato e continuano a esserci, nonostante a qualcuno, in Occidente, convenga vendere la storia del conflitto tribale. Questo serve soltanto a banalizzare il fenomeno e a nascondere le ragioni reali che fanno scatenare le guerre in Africa. Basti pensare all’approssimazione – per essere generosi – con cui i nostri principali mezzi di informazione hanno trattato gli scontri che si sono avuti in Kenya dopo le elezioni politiche del dicembre scorso. Dietro alle lotte di potere si nasconde praticamente sempre la lotta per il controllo delle risorse o della circolazione di esse, e dietro ai tanti signori della guerra che terrorizzano il continente ci sono, quasi sempre, multinazionali e compagnie finanziarie straniere».

Come può intervenire la comunità internazionale per far cessare questo stato di cose?
«Ricordo quando da bambino guardavo i documentari sugli animali. Mi affascinavano in modo particolare quelli sui grandi predatori, la maggior parte dei quali erano girati in Africa. Oggi, invece, con occhi da adulto, vedo l’Africa piuttosto come una terra preda delle fami insaziabili di altri. Si sfruttano senza criterio le sue risorse energetiche, si scava nelle sue viscere per rubarle i metalli più preziosi. Queste ricchezze che estraiamo da suolo vengono sostituite con le tonnellate di rifiuti e porcherie tossiche che riusciamo a seppellire. La maggior parte delle armi vendute nel mondo servono ad alimentare le guerre che si combattono sul continente. L’Africa non è la nostra pattumiera. E neppure una terra di polli da spennare, come pensano i promotori degli accordi europei di partenariato economico, i famigerati EPAS. La comunità internazionale può raccontare le storie così come sono quando viene a conoscenza di fatti particolari o di evidenti distorsioni della realtà. Un’altra forma di intervento è la pressione che si può esercitare su organismi nazionali e internazionali quando questi non si fanno carico dei destini del continente o, anzi, tendono a penalizzarlo».

Potrà mai cambiare un sistema economico, che ormai domina a livello globale, e che in Africa ha la guerra come suo elemento costitutivo?
«Sono ancora propenso a credere che la guerra non sia tanto un elemento costitutivo di questo sistema economico, quanto una tragica conseguenza. Sono anche convinto che il sistema potrà cambiare: tutti i faraoni e gli imperi sono invariabilmente crollati nel corso della storia. Dice Joseph Ki-zerbo, grande storico del Burkina Faso: «senza identità noi saremo un oggetto della storia, uno strumento utilizzato dagli altri». E che allora ciascuno sia signore e padrone della propria storia e del proprio destino!».

Articolo tratto dal numero di agosto-settembre 2008 di Dimensioni Nuove, a cura di Nicola Di Mauro.

 

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.