Al battito di notifica

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Sala d’attesa d’ospedale. Il consueto senso di disagio derivante dalla vicinanza di gente completamente sconosciuta è attutito dal confortante schermo touch del proprio smartphone. E lì dentro, si sa, qualcosa da fare lo si trova sempre. Una scena, questa, per tutte.

La moderna e in continuo fermento tecnologia mobile si afferma, prepotente, in ogni angolo della nostra vita. Capace di ridurre al minimo le distanze spazio-temporali, si presenta con la pretesa di poter colmare i vuoti delle nostre giornate. Sembra che adesso non sia più possibile annoiarsi, perché quel piccolo assemblaggio di chip offre continuamente un’attività da fare, frivola o meno che sia. E così si giunge a quell’inspiegabile fenomeno per cui, ogni momento libero della nostra giornata, viene riempito da quel luccicante e polifunzionale schermo.

Chi non conosce – per esperienza diretta, o almeno avendolo osservato in coloro che gli stanno attorno – quel moto istintivo della mano verso il proprio cellulare? Basta che si allenti una pur piccola maglia nel tessuto dei nostri impegni e…tac! Per molti di coloro che sono in possesso di uno smartphone – e la cifra dei detentori tende velocemente verso la totalità percentuale – esso è divenuto un compagno inseparabile durante l’intera giornata. Inutile negarlo: il mondo sembra essere contenuto integralmente dentro quel piccolo schermo. E se il mondo può venirci a trovare senza bisogno di fare un passo –sembrano ragionare in molti- perché muoverci se è lui, il mondo, a raggomitolarsi tra le mani, a portata di dito?

Musica, video, film, notizie, libri, internet, messaggistica, giochi, divertimento, social networks, solo alcune delle potenzialità; che si irradiano esponenzialmente considerando il ventaglio di utilizzi messi a disposizione dalle apps scaricabili, ormai una per ogni evenienza, e che conferiscono all’apparecchio una sorprendete capacità metamorfica: da strumento per tenere lontano le zanzare di notte, a contatore di bicchieri d’acqua bevuti nel corso della giornata, a personal trainer.

Quel segnalino “3G” o le tre sinuose lineette del wi-fii che risplendono in alto sono segno della nostra interconnessione diretta coll’universo esterno, un cordone ombelicale invisibile che ci garantisce continua alimentazione sociale. E’ come se l’intero mondo facesse pressione, tentando di entrare tutto d’un tratto. Il nostro animo può anche contenere il mondo intero, ma il mondo intero non entra nel nostro animo, non c’è spazio, così, tutto insieme.

Una dipendenza da allontanare, quindi? Una peste nociva, da ostracizzare – se mai fosse possibile – dalle nostre esistenze? Eppure, concomitantemente, i benefici e le facilitazioni che la tecnologia mobile offre sono evidenti.

Più che mai opportuno in questa situazione è l’oscillante significato della parola farmakon: una vox media con cui i Greci indicavano sia la medicina, sia il veleno; a variare era solo la quantità ingerita. E cosa è la medicina, infatti, se non un veleno in piccole dosi? Analogo ragionamento può essere fatto per questa moderna tecnologia. Come tanti altri potenti strumenti, sarà sufficiente farne il corretto utilizzo, raggiungere quel difficile equilibrio che ci consente di servircene senza divenirne schiavi. Ed è mia personale esperienza – e penso di molti altri – come sia difficile giungere a questo compromesso.

Ciononostante, mi sembra che siano in pochi riuscire nell’impresa (o forse solamente a porsi il problema). Basta gettare uno sguardo distratto tra la fauna delle nostre strade: c’è chi cammina disattento, col volto pericolosamente incollato allo schermo del cellulare. E passi pure per i pedoni, ma quando a farlo sono gli automobilisti, il problema s’ingrandisce. E vada pure per i brevi intervalli al semaforo rosso, ma durante la guida…

Sono strumenti di comunicazione, è vero, eppure spesso ci privano di essa: e non mi riferisco al solito ritornello “parliamo solo via chat e non vediamo più di presenza i nostri amici”. Sempre più frequentemente mi capita di parlare con persone che possono concedermi solo metà della loro attenzione, perché l’altra è catalizzata dalla chat, notifica o gioco di turno; interagiscono col viso rivolto verso il basso “sì… sì… eh? Scusa, stavi dicendo?” Il portiere ti degna appena di un saluto, perché impegnato ad osservare un video su youtube. Il commesso del negozio ti fa attendere qualche secondo, prima di interrompere malvolentieri la chat in corso e rivolgerti un quasi infastidito “desidera?”. Ovviamente sono tutti esempi un po’ estremi, che non rispecchiano la totalità della realtà, ma sono tutti casi in cui mi sono imbattuto più volte, avvilenti pur nella loro sporadicità.

Anche all’interno della famiglia, un cattivo utilizzo può risultare devastante, quando tutto il resto diviene secondario rispetto a ciò che stiamo facendo col nostro smartphone. Molti ragazzi trascorrono intere serate chattando, tempestati dai continui messaggi, osservando i post su facebook, guardando video su youtube, o semplicemente giochicchiando, a volte quasi annoiati trascinando pigramente il dito sullo schermo, eppure del tutto assorti in ciò che è contenuto nelle loro mani, indifferenti a tutto il resto. in questo modo, oltre alla comunicazione coi propri cari, viene meno quella, importantissima, con se stessi: i momenti di riflessione, quei preziosi lassi di tempo in cui siamo soli in compagnia dei nostri pensieri, quei silenzi che danno senso, più eloquenti di mille parole. In questo mondo, ciò di cui siamo privati è la libertà di stare un po’ da soli con noi stessi, forse la più importante, imprescindibile, eminentemente caratteristica del genere umano.

Come fare? Non ci sono soluzioni univoche per tutti, ognuno farà aderire la sua alla sagoma della propria giornata e in base ai propri impegni lavorativi. Personalmente, ormai sempre più frequentemente, decido di disconnettere la rete internet per qualche ora. Non si tratta di chiudere col mondo virtuale -spesse volte erroneamente assimilato al mondo esterno- ma di dargli il giusto peso, il giusto spazio all’interno della scala delle priorità.

Perchè possiamo pur essere in diretto contatto con tutti i 6 miliardi di abitanti di questo pianeta, possiamo anche tenere sotto controllo ogni angolo del globo, mantenerci in costante comunicazione, sempre e comunque; ma se perdiamo quella con noi stessi e con coloro che ci stanno più vicini, abbiamo perso il gioco.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.