Al centro della periferia

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La periferia di una città è il “non luogo”, quel che non esiste o non si vede, una parte marginale contrapposta al centro. E’ un ramo spezzato dal suo tronco, non più nutrito, a volte mai irrorato. La periferia, oggi, non è un cuore vibrante ma oblio dei sentimenti.

Milano, Roma, Napoli o Palermo, tutte le grandi città avvertono sulla loro epidermide urbana il destino ruvido delle proprie periferie. Deserti, spesso dormitori, alveari di odio o paura, e ancora ghetti, ritrovi, rigurgiti di persone “altre”, diverse. In questo momento le periferie somigliano alle toppe di un vestito malcucito o, addirittura, confezionato nel modo sbagliato. In alcuni casi non hanno nulla a che fare con il centro, nonostante i dati denuncino il contrario: una percentuale piuttosto bassa di persone abita nel centro storico mentre il resto vive in quartieri che sfumano verso la campagna.

E’ chiaro, dunque, che è proprio in questi luoghi che bisognerebbe ingegnarsi: costruire, non distruggere, collegare, non ghettizzare. E, perchè no, inventare nuovi luoghi per lavorare, studiare, fare la spesa; dislocare ospedali, musei, teatri, università. Alcune città stanno già attuando questi progetti grazie ad un compromesso di creatività, valori, investimenti.

Un noto archietetto come Renzo Piano, coinvolto in prima persona nella problematica delle periferie, in un articolo su “Il Sole 24 ore” del 26 gennaio 2013, scriveva così: “Siamo un Paese strordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. E’ fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee”.

L’autore dell’articolo avvertiva, dunque, una necessità: coinvolgere i giovani perchè non si rassegnassero alla mediocrità. Probabilmente, adesso, saremmo persuasi a rassegnarci quando sentiamo i terribili fatti di cronaca di Milano o di Tor Sapienza ma dobbiamo, nel nostro piccolo, sforzarci. Il che non significa ridisegnare la città escludendo la periferia, piuttosto intervenire proprio in queste per e renderle più belle, vivibili ed efficienti.

“Demolire – ribadisce Piano – non serve a nulla, è un gesto d’impotenza”. Al contrario, bisognerebbe trasformare, fertilizzare deserti affettivi, costruire punti d’incontro, spostare il centro nella periferia. E arrivare ai margini, soprattutto quelli, quando la geografia coincide con il cuore.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!