Al di là del patriottismo

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Italiani e politica: alcune riflessioni, tra instabilità, elezioni, valori e Repubblica

La settimana volge ormai al termine, lasciandosi alle spalle una parola sottile e terribile, a rieccheggiare nelle nostre orecchie: instabilità. Ci hanno pensato gli elettori britannici a farla tornare repentinamente di moda. Convocate per raggiungere un governo più solido in vista dell’imminente Brexit, le elezioni si sono concluse con un nulla di fatto. Uno stallo disastroso, che non ha permesso a nessun partito di ottenere la maggioranza. E ora? Come si sa, l’instabilità s’accompagna alla ‘coalizione‘. Altra magica parola, che mercati ed esperti politici accusano d’essere la fine della governabilità. Come mai? Perchè significa dover scendere a patti con altri partiti, trovare difficili accordi sulle singole proposte di legge, con l’imprevisto del fallimento dietro l’angolo. Ma se per il mondo anglosassone si prospetta un weekend incandescente, la politica italiana non è da meno. Fallito il patto a quattro sulla legge elettorale, la legislatura prosegue nell’incertezza. Domenica 11 giugno ci saranno le elezioni amministrative, a complicare ulteriormente il quadro politico. E mentre la crisi che attanaglia i nostri governanti si fa sempre più evidente, il Papa, in visita al Quirinale, lancia un monito insolito:

La politica rafforzi il legame tra gente e istituzioni

Sulla scia dell’esortazione di Francesco, mi sono chiesto come questa politica ‘instabile’ possa essere vicina a noi, persone comuni. In risposta, ho ripreso in mano alcuni appunti, scritti in occasione della Festa della Repubblica, la settimana scorsa, il 2 giugno 2017, esattamente 71 anni dopo il Referendum che pose fine all’avventura monarchica.

Era il 1946 e forse la conquista più grande fu un’altra: il diritto di voto esteso anche alle donne, finalmente il suffragio universale. A tanti anni di distanza, questa data rimane ancora un caposaldo della nostra identità nazionale, assieme al Tricolore e all’Inno di Mameli. In questo panorama politico sempre più spettacolarizzato – tanto da assurgere al ruolo di ‘telenovela’ della quotidianità -, la Festa della Repubblica è da sempre il momento del ritorno all’ordine. Di fronte alla più classica delle parate militari – ormai un poco anacronistica? – i problemi vengono accantonati e almeno per un giorno il paese si riscopre, sorprendentemente, unito. Le riflessioni in proposito si sprecano e tutte ruotano attorno a quella tanto abusata quanto attuale citazione (errata) di Massimo D’Azeglio:

Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani!

Ancora oggi, utilizzando le parole di Guido Crainz, autorevole docente di Storia Contemporanea, si parla di «paese mancato». Un paese ripiegato su se stesso, affossato dalle proprie croniche debolezze, confini geografici che ancora faticano a contenere un popolo. «Noi siamo da secoli calpesti e derisi / perchè non siam popolo, perchè siam divisi» recita la seconda strofa del nostro Inno e par quasi che un fondo di verità ci sia ancora. In una festa come questa, ci sarebbe da chiedersi cosa ci rende italiani, quali valori appianano le nostre differenze e ci uniscono indissolubilmente? Per provare a rispondere, prendo spunto dalle celebrazioni che il 2 giugno hanno colorato Roma di verde, bianco e rosso, cercando di andare un poco controcorrente. In un giorno in cui si parla di ‘senso d’appartenenza’ e ‘orgoglio nazionale’, ho individuato tre valori inusuali: coraggio, solidarietà, responsabilità.

Tra le tante autorità presenti, ne spiccava una di primissimo rilievo, la giovane Beatrice Vio. Per chi ancora non la conoscesse, è la giovanissima campione paralimpica di scherma alle Olimpiadi di Rio 2016. Per chi fosse interessato, abbiamo parlato di lei e del suo sorriso in questo articolo. Priva di avambracci e gambe a causa di una meningite che l’ha colpita ad 11 anni, Bebe è l’esempio più splendente di chi non ha mai smesso di credere nella vita. Bebe è il coraggio di cui ognuno di noi avrebbe bisogno. Il coraggio di chi, 71 anni fa, votò per la Repubblica. Il coraggio di chi scelse un paese unito.

Ad aprire la parata c’erano i sindaci di circa quattrocento comuni italiani. Una significativa rappresentanza dell’Italia più piccola, quella che spesso i media ignorano. Una rappresentanza guidata dai sindaci di quel Centro Italia colpito dal terremoto. Un’immagine che, personalmente, ho apprezzato molto. In fin dei conti, il nostro è – e deve sempre essere – un paese che non lascia indietro nessuno. Un paese capace non di aspettare gli ultimi, ma di prenderli per mano e accompagnarli, metterli in cima ad ogni priorità. Porli, simbolicamente, all’inizio della propria festa nazionale. Un paese che fa della solidarietà il proprio valore fondante.

A margine delle celebrazioni, arriva il commento del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, alla decisione degli Stati Uniti di non rispettare l’accordo mondiale sul clima raggiunto a Parigi. Anche questo merita una piccola nota particolare. La Conferenza sul Clima di Parigi, svoltasi nel 2015, ha rappresentato, di fatto, una svolta significativa: 150 leader mondiale si sono accordati per ridurre l’aumento della temperatura globale. Un trionfo che negli ultimi giorni è sembrato infrangersi in quello scoglio che si chiama Donald Trump. Al grido di ‘America first‘, Trump ha ritirato gli Stati Uniti – e i loro 300 milioni di abitanti – dall’accordo. E nonostante l’influenza che l’America ha sempre avuto nella nostra politica interna, la condanna di questa scelta da parte del nostro Presidente non ci può che rendere orgogliosi. L’Italia è responsabile. Non c’è altro da aggiungere.

Forse nel flusso di queste riflessioni, abbiamo rischiato di perderci un poco. La domanda di partenza era: che fare di fronte a questa fantomatica ‘instabilità’? Il 1946 è stato uno spartiacque nella storia d’Italia, l’anno in cui i nostri nonni hanno scelto di ricominciare da zero, ripartendo dalla democrazia. Forse, la politica dovrebbe fare lo stesso. Forse noi dovremmo fare lo stesso. Ripartire da tre valori: coraggio, solidarietà e responsabilità.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell’Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell’infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.