Al pub di Italo

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Oggi Italo Calvino avrebbe compiuto 90 anni. Festeggiamo il suo ‘compleanno’ con un racconto ispirato alla sua famosa trilogia, che accompagna i nostri studi liceali ed è ricca di spunti cogitevoli…

Era da un po’ ormai che i tre si incontravano lì, nel pub all’angolo di via Ariosto, non molto lontano dal loro liceo. Tre tipi eccentrici, a dire dei prof. Ma quelli non ne capiscono un accidente, avevano decretato loro già dopo i primi giorni di scuola. A quelli interessa solo che conosciamo il numero atomico dello Zinco, ma la vita è un’altra cosa. E così avevano preso a vedersi clandestinamente da Italo, un oste bonaccione che senza fare troppe domande serviva un boccale di bionda in più e rimpinguava il tagliere dei formaggi.

«Ma perché deve essere così difficile?» stava dicendo quella sera il Barone, come sempre su di giri. Avevano preso a chiamarlo così, i compagni della III F, per via del suo carattere snob e un tantino ricercato. Quando si metteva in testa un’idea non c’era modo di farlo scendere a patti. S’arroccava lassù, come sulla cima di un albero, e niente e nessuno riusciva a tirarlo giù. «Cioè, voglio dire: perché non si riesce a capirsi, diamine? Abbiamo sedici anni, ma cosa siamo, marziani? Parliamo un’altra lingua?». La questione era ancora una volta un litigio con i suoi genitori, che non capivano le sue esigenze, che volevano costringerlo a fare quello che lui non voleva. «Sapete cosa sto pensando?» aggiunse abbassando un poco la voce e costringendo gli amici ad avvicinarsi. «Scappo di casa. Me ne vado. Questa famiglia, questa città, questo mondo, sono troppo piccoli per i miei sogni. Vado via, ecco che cosa farò. Così capiranno chi sono veramente!» e buttò giù un altro bicchiere, in attesa della reazione degli amici.

Ci fu una pausa di silenzio. L’aveva sparata grossa, il Barone.

«Ma noi chi siamo veramente? »

Boom. Dei tre il Cavaliere era quello delle domande esistenziali. I capelli arruffati sulla testa, lo sguardo azzurro un po’ trasognato, la palpebra leggermente abbassata e pochi peli di barba scarmigliati. Un tipo tanto ordinario che certe volte, alla fine di una serata, tornando a casa, ti veniva da chiederti: ma c’era anche lui? Passava inosservato, non come quei tipi palestrati, quei gurdulù tutti corpo e niente cervello, che riempiono lo spazio ma dentro non c’è niente. In classe lo avevano soprannominato il Cavaliere con ironia, perché l’unica cosa che cavalcava era un Vespino special 50 scalcagnato, con la marmitta tanto sforacchiata da essere ormai quasi inesistente. Ma lui non si creava troppe esigenze, e se ne fregava di quello che dicevano gli altri. E forse per questa sua essenzialità era uno che andava all’essenza delle cose. «Ma sì, amici miei! Questa è davvero una domanda da porci: chi siamo veramente? cosa vogliamo dalla vita?».

Gli altri due, lo fissavano senza capire se stesse scherzando o dicesse sul serio.

Era sempre il terzo di loro, alla fine, a gettare acqua sul fuoco. Un ragazzo segaligno, che se si metteva di profilo quasi non lo vedevi e ti domandavi se non si fosse improvvisamente spaccato a metà. Sulla maglietta, appesa alle sue scapole come su una gruccia, aveva fatto stampare il nickname che gli aveva affibbiato un compagno di banco alle scuole medie: il Visconte.

«Ehi, ehi, ehi! Scendi dal cavallo, bello!» intervenne dunque il Visconte, che pretendeva di saperla lunga e si faceva arbitro del gruppo decretando cosa fosse bene e cosa fosse male. «Noi non possiamo sapere adesso chi siamo veramente: non sentite anche voi, come me, laggiù in fondo al cuore, un forte desiderio di bene e allo stesso tempo il gusto della trasgressione? È proprio vero che le più grandi battaglie si combattono nelle silenziose stanze dell’anima! Solo il futuro dirà…».

Era invasato. Erano tutti e tre un po’ invasati.

Fu allora che il Cavaliere, brandendo il boccale semivuoto, saltò in piedi sulla sedia e declamò: «Ecco, o futuro, sono salito in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni delle torri delle città non ancora fondate? Quali fumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? Quali impreviste età dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…»

Gli altri due strabuzzarono gli occhi e fissarono il boccale: «Ma cosa c’ha messo Italo in questa birra?»

Pubblicato sulla rivista Orlando Esplorazioni, numero 4 (ottobre 2013)

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.