Albero e foglia

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Probabilmente, gli amanti di Tolkien rimarrebbero alquanto interdetti alla lettura di questo libro,  parecchio discorde rispetto alle altre sue opere. Vi si respira un’aria diversa, più familiare, serena e senza particolari pretese, come storie raccontate da un mite vecchietto seduto accanto ad uno scoppiettante camino.

In Albero e foglia sono teorizzate le premesse su cui poggiano tutte le altre opere tolkieniane. In particolare, tra i tanti concetti espressi, uno sembra stare più a cuore all’autore, che tenta con ogni mezzo di far accettare questa semplice ma mal digeribile verità: le fiabe non sono riservate esclusivamente ai bambini; non costituiscono una letteratura di secondo livello, accettabile solo da menti immature e facilmente ingannabili! Le fiabe sono fatte e servono anche, per non dire soprattutto, agli adulti! Semplicemente, compongono uno dei tanti rami della letteratura universale; una forma narrativa diversa, forse la più elevata, se ben sfruttata.

Non a caso il libro – fondamentalmente un insieme di racconti – si apre con l’erudito Saggio sulle Fiabe (scritto come apologia per le accuse scaturite a seguito della pubblicazione de Lo Hobbit); il quale può considerarsi il manifesto del fantasy.Per Tolkien, le fiabe non si rivolgono ad una  specifica fascia d’età, bensì ad una tipologia di persone, siano esse grandi o piccole. Posseggono la peculiarità di far sviluppare l’immaginazione che non rappresenta, come si tende a pensare, la parte più irrazionale dell’uomo, ma al contrario un’attività umana razionale che consiste nella momentanea sospensione dell’incredulità. Ed è l’immaginazione l’elemento essenziale di tutto il mondo fiabesco, quello che consente al fruitore di evadere dalla Vita Reale per approdare ad una realtà meravigliosa, portatrice di un’immensa gioia. Una fuga che non deve essere fraintesa: l’evasione del prigioniero infatti non deve essere confusa con l’evasione del disertore.

Infine, le fiabe, coi loro lieto fine, donano una grande gioia al lettore, quel tipo di gioia che provoca dolore. Questa conclusione è denominata da Tolkien eucatastrofe ed è, a suo giudizio, l’esito imprescindibile per ogni fiaba che si rispetti.

A fine del saggio sulle fiabe, il libro propone la breve storia Foglia di Niggle. E’ un racconto conciso, dai contorni sfumati, che si pone nel solco predisposto dal precedente Saggio. Foglia di Niggle fu scritto quando il Signore degli Anelli ristagnava ancora in uno stato di gestazione, senza una trama ben definita.

Vi si racconta di Niggle, pittore che, seppur dilettante e di scarsa fama, può contare su di una particolarissima maestria nel raffigurare le foglie. Riesce a renderle nella loro perfezione, ottenendo risultati a dir poco sorprendenti. Forse a causa di questa predisposizione artistica, Niggle dedica integralmente la sua attività alla creazione di un unico, enorme disegno: un Albero.

Procede con lentezza alla sua creazione, senza un piano preciso in mente (forse un rimando al metodo di scrittura del Signore degli Anelli), soffermandosi sui più piccoli particolari, aggiungendone continuamente dei nuovi. Questa intensa attività lo distoglierà dai suoi doveri nei confronti del vicino, Parish, che più volte e invano chiede il suo aiuto per curare la moglie, affetta da un’influenza. Niggle, sarà costretto, volente o nolente, ad interrompere il suo lavoro. Soffrirà molto per questo, ma alla fine verrà premiato con un’inaspettata ricompensa: il suo dipinto diventerà reale; prenderà forma attorno a lui. E’ la rappresentazione della sub-creazione artistica teorizzata da Tolkien, grazie alla quale l’artista riesce a dar vita ad un mondo secondario, indipendente da quello reale.

La terza parte del libro tratta primariamente della sub-creazione artistica, riportando la famosa poesie di Tolkien Mitopoeia. Essa ha origine da un’accusa mossagli da C.S. Lewis che una volta definì mito e fiaba delle menzogne, seppur sospirate con tremor d’argento. La poesia vuole essere un’ esaustiva risposta a tale accusa e si rivolge direttamente all’amico professore, evidenziando la necessità – oserei dire fisiologica – dell’uomo di inventare ( o sarebbe meglio dire “creare”) miti e fiabe; i quali, per di più, possono talvolta rappresentare aspetti della realtà non comprendibili in altro modo. Alcuni versi della lunga poesia possono rendere meglio il concetto: Caro Signore, benché a lungo alienato,/ l’Uomo non è perduto né del tutto cambiato […] il cuor dell’uomo non è confusionario/ ma trae sapienza dall’unico Saggio,/ e lo rammenta.

Il secondo racconto, Il fabbro di Wotton Maior, è probabilmente lo spiraglio narrativo che siavvicina maggiormente al Tolkien più noto. E’ una storia apparentemente senza finale, quasi volesse rimandare a qualcos’altro. In un villaggio non ben precisato, era consuetudine avere un mastro cuciniere che potesse preparare, in corrispondenza di una particolare ricorrenza, un’enorme torta di dimensioni gigantesche. Il mastodontico dessert doveva poi essere consumato da alcuni bambini del villaggio appositamente selezionati ogni anno. Era usanza inserire nell’impasto del dolce tutta una serie di ninnoli affinché potessero essere conservati dai piccoli. Avvenne però che il figlio del fabbro del paese deglutì una strana stellina, all’apparenza innocua, ma che celava particolari poteri. La vita del bambino fu delle più normali, se non fosse che in lui, virtù e bellezza risplendessero in modo particolare. Non passò molto tempo che sulla sua fronte cominciò a intravedersi, nel suo mite candore, una piccola stella, proprio quella da lui ingerita tempo addietro. Non si trattava di un normale gingillo, era un oggetto derivante dalla Terra di Feria (Il regno delle Fate) alla quale il fabbro ottenne libero accesso proprio in virtù dello strano oggetto. Fu così che gli si aprirono le porte di questo immenso regno, precluso al resto dei mortali.

Nell’ultima parte del libro scompare, in un certo senso, il Tolkien narratore per far spazio al Tolkien Professore. Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un racconto sotto forma di dialogo e narra degli avvenimenti immediatamente successivi alla battaglia di Maldon del 991, in cui gli Inglesi furono sconfitti dai Danesi. Il testo fa riferimento, e si pone come sequel, al testo anglosassone La battaglia di Maldon in cui è esaltato l’eroico gesto di Beorhthnot, duca d’Essex  a capo dell’esercito inglese, che accettò la richiesta dei Danesi di poter passare indisturbati il fiume, per poter poi combattere ad armi pari. Fu un gesto onorevole che tuttavia costò caro all’esercito inglese – gravemente sconfitto – e allo stesso generale, il quale sostenne una strenua resistenza e morì accerchiato dai nemici.

Nell’operetta di Tolkien, è riportato il dialogo di due personaggi recatisi sul far della sera nel campo di battaglia a fine di recuperare il corpo deturpato del loro re e portarlo all’abbazia più vicina. Particolar peso è dato alla fierezza del generale che, per il suo gesto, ha ottenuto eterna gloria e fama tra i posteri. E’ quindi uno spirito eroico molto caro a Tolkien, probabilmente, perché sempre più raro nella nostra società; ed è forse con rimpianto che mette in bocca ad uno dei protagonisti queste fiere parole: “Il cuore sia più saldo e più fermo il proposito, più prode l’animo se la forza vien meno”.

Insomma, Albero e Foglia è un libro che spazia tra i più vari generi letterari. Forse un insieme di racconti all’apparenza di poco spessore, inconsueti per il pubblico moderno. Sicuramente, un gradito compagno per un pomeriggio di lettura d’evasione.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Albero e foglia
Autore: John Ronald Reul Tolkien
Genere: Racconti
Editore: Bompiani
Età minima consigliata: 13 anni
Pagine: 229

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.