CV Talent #5. Alessandro: fare poesia nel 2018

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Alessandro Lutman, 22 anni, è un «folle» di questi tempi, un poeta del 2018. Lo abbiamo intervistato per conoscere la sua storia e parlare del futuro della poesia, tra scuola e pop.

Potrebbe essere un giovane come tanti altri: frequenta l’Università, studia Lettere, lavora come fattorino per una pizzeria. In realtà, Alessandro Lutman ha qualcosa in più. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Poesie d’autunno. Raccontandomi in versi, edita dalla casa editrice Forum. Negli ultimi due anni ha girato l’Italia e il mondo per presentare il suo lavoro, che nel frattempo è stato tradotto in russo e sloveno. È stato ospite degli Istituti italiani di cultura di Parigi, Algeri e Pechino, ha partecipato a festival internazionali ed eventi letterari in Sudafrica, India, Algeria e Stati Uniti. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significhi essere un poeta nel 2018.

Partiamo dall’inizio. Come e perché si pubblica una raccolta di poesie?

Inizialmente non avevo intenzione di pubblicare le mie poesie. Un mio caro amico mi ha convinto a farlo e ha trovato una casa editrice disponibile a pubblicare. Paradossalmente essere “sconosciuti” può essere un grande vantaggio: non sei ancora inserito all’interno di logiche o regole a cui sottostare. Il difficile arriva dopo.

Di cosa scrivi nelle tue poesie?

Se prima ero interessato alla mia sfera personale e il rapporto tra il mondo e me era visto come uno scontro, ora è la quotidianità a interessarmi, a colpirmi e, a volte, a stupirmi. Questa quotidianità è ricca di suggestioni, basta saperla – e volerla – osservare e ascoltare. Qui mi verrebbe da utilizzare un termine che i critici spesso non sopportano a causa del suo abuso: ispirazione, intesa come quel momento in cui ciò che da mesi ti naviga nella mente si compone in un’immagine, quindi in un verso. Il rapporto è fortunatamente cambiato, sono io dentro il mondo ed è meraviglioso perché significa sentirsi parte di qualcosa di più grande!

«A chi avrebbe piacere di avvicinarsi alla poesia suggerirei di esplorare questo mondo nella sua interezza, per conto proprio. Lasciatevi attrarre e sedurre dalla parola, siate esploratori!»

In quali autori ti riconosci? Quali consiglieresti?

Il poeta che mi ha avvicinato alla scrittura è Leopardi. Non mi riconosco in alcun poeta per una ragione: sarebbe quasi un’offesa. Amo però Baudelaire, Pasolini, Garcia Lorca e Tagore, autore indiano felicemente scoperto in quel magico paese. A chi avrebbe piacere di avvicinarsi alla poesia suggerirei di esplorare questo mondo nella sua interezza, per conto proprio. Lasciatevi attrarre e sedurre dalla parola, siate esploratori! Questo è l’unico consiglio che mi sento di dare. Per esempio, oltre agli autori menzionati sopra, io adoro leggere Neruda e mi diverto tra i componimenti di Giorgio Baffo, un poeta veneziano senza peli sulla lingua nel trattare il sesso.

Hai viaggiato molto negli ultimi anni. Che idea ti sei fatto della poesia nel mondo?

Ogni paese porta con sé un’esperienza diversa. La più significativa e da me lontana è stata senza dubbio quella vissuta in Sudafrica. Lì la poesia è animata da temi di carattere civile, si percepisce la rabbia per una situazione complessa. In altre parole, è straordinaria arte di strada! In Algeria, invece, ho vissuto un’esperienza quasi antropologica: l’incontro con la cultura musulmana perfettamente riuscito grazie al tramite della poesia e della cultura in generale. In India mi sono scontrato fin da subito con una realtà nella quale domina la disuguaglianza, tuttavia ho percepito una sensibilità letteraria molto vicina a quella europea. Mi ha fatto sorridere vedere Umberto Eco ritratto in un murale a Calcutta. Infine, gli Stati Uniti. Qui l’arte si trova all’interno di un vortice formato da dollari: i finanziatori si prodigano per sponsorizzare la cultura, forse senza capirla fino in fondo. Sono moderni mecenati. Forse non è un caso che molte delle tendenze – anche in poesia – giungano da lì.

«In India mi sono scontrato fin da subito con una realtà nella quale domina la disuguaglianza, tuttavia ho percepito una sensibilità letteraria molto vicina a quella europea»

Cosa significa scrivere poesia ed essere un poeta nel 2018?

La poesia oggi vive un momento di difficoltà, ma anche di sincera e importante opportunità, entrambi determinati dal rapporto con una nuova «massa» di lettori. La difficoltà risiede nel rischio di divenire parte del processo «pop» e conseguentemente banalizzarsi. Di fronte a questo pericolo, spesso i poeti si sono chiusi nella propria torre d’avorio, forse per paura dell’incomprensione della «massa». Quella stessa «massa» che tuttavia rappresenta l’occasione per uscire dai circoli elitari e smetterla con le pacche sulle spalle, presentandosi finalmente ad un pubblico che mai in passato si sarebbe avvicinato alla poesia. Un pubblico che attraverso la poesia potrebbe essere «educato», nel senso latino del termine: tirar fuori quanto di bello si ha dentro. E il primo passo dovrebbero farlo i poeti, entrando in primo luogo nelle scuole. È qui che si forma il pubblico di domani, ma non solo, anche il futuro della società. Non bastano più le parole, servono anche azioni, magari anche piccole. Io, per esempio, ho avuto l’occasione di collaborare con alcune scuole medie parlando di poesia ai ragazzi, cercando di far emergere quelle emozioni e quei sentimenti che il processo scolastico non è riuscito (e non riesce) a portare alla luce. Ma non è nulla di eccezionale, il poeta è un uomo sociale, sente la necessità di vivere in mezzo alla società e di esserne la sua voce. Per questo lavorare in una pizzeria mi rende felice: vedo la realtà come mai potrei fare dalla mia scrivania.

«Il poeta è un uomo sociale, sente la necessità di vivere in mezzo alla società e di esserne la sua voce»

Dall’incontro con la «massa» sono nate tante nuove forme di poesia. C’è chi la paragona al rap, chi organizza gare di improvvisazione, chi la vorrebbe più vicina all’ambiente underground, chi la appiccica per le strade di Milano, chi l’accompagna alla musica. Forse che le vecchie forme della poesia stampata e del libro han perso il loro fascino?

Tutte le forme di poesia sono interessanti, siano esse crossing poetry, spoken word o poetry slam. Mi piace pensare questa situazione come una montagna con diverse cime, ovvero tanti punti di vista che si affacciano sullo stesso scenario: la parola. Quest’ultima non deve essere necessariamente scritta e nemmeno ricercata, ma dev’essere ricca di significato. Se la parola non è al centro, allora non si tratta di poesia. Si tratta di un’altra arte, non meno o più nobile. Per quanto mi riguarda io amo la poesia “tradizionale”, ma non comprendo quei critici che si scagliano contro le novità frutto dei processi sociali. Come giustamente dici, la poesia sta prendendo nuove forme grazie al confronto con una nuova «massa» di lettori: studiamole, valutiamone la bellezza. Però attenzione, siamo in bilico, rischiamo di naufragare nella banalità, nella logica del «prodotto», cavalcando le mode o la fama dei personaggi più in vista. Proprio per questo non possiamo permetterci di risolvere il tutto con giudizi a priori o potrebbero essere opportunità perse per la poesia.

Dunque, qual è il significato della poesia?

È la parola il minimo comune denominatore della poesia. Ovunque questa risulta fondamentale, primaria, allora secondo si può parlare di poesia. Per rimanere nella cultura dei nostri giorni: non è assurdo considerare un certo tipo di rap una forma di poesia. O il testo di una canzone. Dylan vinse il Nobel per la letteratura, non è un caso. Rimanendo entro i nostri confini: ci sono canzoni di Caparezza più significative di poesie ritenute tali perché stampate sui libri. Mi permetto, allora, di lasciarti così: nulla più che la parola e il suo senso.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.