Alla grande bellezza manca la grande speranza

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Ieri sera la Roma di Sorrentino celebrata a Hollywood è entrata nelle case degli italiani, e tutti abbiamo potuto respirare aria di Oscar.

Su una meravigliosa terrazza con vista sul Colosseo va in scena un mondo vuoto e cinico. Sono le vite di artisti o pseudo-artisti che vorrebbero rendersi eterni con i loro talenti e vivono dell’approvazione degli altri. Rimpiangono un passato di gloria e fama sfumato via. Si celebrano. Una donna ha un figlio pazzo che poi si suicida e al suo funerale non c’è nessun amico disposto a portarne la bara. Un attore pensa di conquistare con la poesia la donna che ama ma lei non se lo fila. Una scrittrice vanta i suoi successi letterari ma si scopre che erano una montatura. Questa gente, non più giovane, disillusa, passa le serate facendo trenini al ritmo di Tu vo’ fa’ l’americano remixato. Più che bellezza ispirano tristezza.

In questo zoo umano un bravissimo Toni Servillo cerca la grande bellezza e non la trova. Un suo amico fa sparire una giraffa in una antica basilica romana. Sulla terrazza, qualche giorno dopo, uno stormo di fenicotteri si ferma a riposare nel suo viaggio verso ovest, e una caricatura di madre Teresa dice di conoscere i nomi di tutti quei volatili.

È questa la bellezza che celebriamo oggi con l’Oscar. Siamo fieri, come italiani, che la statuetta sia tornata nel nostro Paese. Ma abbiamo un po’ di amaro in bocca: alla grande bellezza manca la grande speranza.

Quella grande speranza che alla fine de La vita è bella sembrava sbocciare in mezzo alle ceneri dello scempio nazista, negli occhi incantati di un bambino davanti a un carro armato, oggi è sepolta sotto una montagna di disillusione, di vuoto, di inconsistenza.

Quale Italia si sente rappresentata dal film di Sorrentino? Una Italia fatta di degrado umano, dove l’unica bellezza è data dalle pietre, dai monumenti di una gloria che fu, da albe e notti meravigliose che nessun uomo ha costruito perché ciò che l’uomo realizza perisce, come il libro di Gepp Gambardella che nessuno più ricorda. Le persone che lavorano, che mandano avanti il paese e che non hanno tempo e soldi per ballare tutta la notte negli attici milionari della capitale non appaiono da nessuna parte. L’unico che afferma di ‘portare avanti il paese’ è un latitante, vicino di casa di Gepp, il giorno in cui viene arrestato.

Nella grande bellezza c’è degrado. La Concordia affondata c’è. La grande speranza invece manca. Neppure la Chiesa si salva dal cinismo e si rivela capace di dare una ricetta per uscire dal vuoto. L’unica ricetta che riesce a offrire è quella del coniglio alla ligure. Attendiamo invano una piccola luce di speranza, che qualcuno che dica o faccia qualcosa che significhi “Sì, il mondo è vuoto ma qui c’è un piccolo segno di qualcosa che resta, un brandello di senso, che da un colore alla vita”.

La bellezza è apparenza o solo ricordo, sembra suggerire Sorrentino nel suo film. Viene da chiedersi se farà bene, a noi ragazzi, la celebrazione di una bellezza nostalgica e senza speranza. Se abbiamo più bisogno adesso di contemplare lo sfacelo materiale e umano o non piuttosto di pensare a come uscirne. Come il gioco di Guido Orefice, alla fine del quale c’era un premio. Cercare un senso alle cose che dia speranza, piuttosto che aggirarsi per le vie di una Roma astratta e disincantata.

Scriveva un pensatore dei nostri tempi: «Il compito dell’uomo creativo è quello di creare il mondo giusto che ancora non esiste; per questo elevato compito la filosofia deve svolgere una funzione decisiva: essa è il laboratorio della speranza, l’anticipazione del mondo di domani nel pensiero, anticipazione di un mondo ragionevole e umano, non più formatosi mediante il caso, ma pensato e realizzato dalla nostra ragione».

La bellezza è nell’arte, nella poesia, nella musica, nel teatro. Ma solo se rimanda a qualcos’altro, se è una via per la creazione di quel mondo migliore che ancora non esiste. Se invece è autoreferenziale, snob, estetismo puro, vuoto esistenziale, non giova a nulla. Non c’è vera bellezza senza una profonda ricerca di senso.

Ben venga, dunque, l’Oscar che premia la grande bellezza se ci richiama anche alla grande speranza.

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.