Alla ricerca di un senso: “Non è un paese per vecchi” di McCarthy

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Cosa accade quando quella che sembra l’occasione della tua vita si trasforma nel tuo peggior incubo? Un commento del classico di McCarthy riletto attraverso le categorie di Nietzsche.

Il ventesimo secolo era ancora alle porte quando Nietzsche profetizzava la “morte di Dio”. Al di fuori della metafora, essa significa lo svuotamento e la conseguente perdita dei valori che per secoli avevano guidato la storia dell’uomo occidentale. L’uomo folle della Gaia Scienza denuncia gli uomini di aver “vuotato il mare” a cui le loro anime, simili a fiumi, bramavano di confluire; di aver “cancellato l’orizzonte” dal quale ogni evento traeva la sua comprensibilità; di aver “spento il sole” i cui raggi dispensavano vita e calore. La morte di Dio è una vera e propria  catastrofe che fa sparire ogni punto di riferimento, annullando la distinzione fra terraferma e oceano, fra alto e basso, precipitandoci in una caduta senza fine. Lo stesso Nietzsche ci chiede se “non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?”.

Se è vero che il compito della filosofia non è quello di dare risposte ma di porre le giuste domande, è a noi, figli del ventunesimo secolo, che tocca il compito di dare una risposta su come uscire da questa notte sempre più nera. Ci ha provato Cormac McCarthy in “Non è un paese per vecchi”.

Il giorno in cui Llewelyn Moss, un semplice saldatore reduce dal Vietnam, si imbatte per caso in uno scambio di droga conclusosi in una carneficina e trova una valigetta piena di dollari – tanti dollari, più di quanti ne sia in grado di contare –  crede che si tratti dell’occasione di riscatto che ha atteso per tutta la vita. Quella che permetterà a lui e alla giovane moglie di abbandonare la roulotte in cui vivono e di abbracciare il futuro che meritano. Un gesto così semplice, una tentazione troppo grande.

Quello che Llewelyn non sa è che ogni cambiamento richiede un prezzo, una posta in gioco. L’indiretta domanda che gli viene posta, e di cui le sue azioni sono la risposta, non è tanto “chi sei?”, quanto “che cosa sei disposto a diventare?”. Sempre Nietzsche diceva che se guardiamo l’abisso troppo a lungo, anche lui inizierà a guardare dentro di noi. Guardare in faccia il male significa scoprire il fianco, riconoscere che esiste, e che è potenzialmente dentro ognuno di noi. La posta in gioco che verrà chiesta a Moss sarà di mettere sul piatto la propria anima. Llewelyn si troverà costretto ad abbandonare tutto quello che ha sempre conosciuto per fuggire con la borsa di cuoio nero, oggetto oscuro e inspiegabile attorno a cui ruotano tutti i destini. Il filo di Arianna che lascerà dietro di sé saranno le sue orme insanguinate.

A seguirle saranno due uomini in particolare. Il primo è lo sceriffo Bell: un uomo del passato che fatica a comprendere il presente e assiste impotente al crollo del mondo che ha imparato a conoscere. Il secondo è Anton Chigurh, un killer psicopatico ed implacabile, o forse più un samurai post-moderno per il suo attaccamento ossessivo a un personale codice di condotta. Un uomo che ha rinunciato alla sua anima per farne una corazza invulnerabile. Bell e Chigurh rappresentano due mondi diversi che collidono: il primo si appoggia a un sistema di valori che ha ereditato dai suoi padri, il secondo ha imparato a vivere in un mondo senza più alcun valore, tranne la legge del più forte. Se il primo è testimone di un passaggio epocale, paragonabile agli assestamenti geologici che hanno creato le caldere del Texas, il secondo contribuisce a portarlo avanti.

Fra questi due poli si muove la storia di Moss, che insegue una illusione, quella dell’America stessa. L’idea che ogni giorno sia un nuovo inizio, una nuova alba carica di promesse. Che in ogni momento della nostra vita sia possibile azzerare tutto e ricominciare da capo. Ma non si può farlo. Perché ogni singolo momento della nostra vita rappresenta una svolta e una scelta e sono tutte collegate tra loro. Portiamo sempre con noi quello che siamo, siamo stati e non possiamo annullarlo: ogni passo che facciamo è per sempre.

Si dice che la Verità sia chiara e distinta e non ci può ingannare. Eppure a volte arriviamo a capirla quando è troppo tardi. Tutti e tre i protagonisti sono accomunati da una prospettiva errata, seppure diverse fra di loro. L’errore che commette Moss è quello di pretendere di conoscere la piega che prenderanno gli eventi. Crede di prevedere le conseguenze delle sue azioni, ma non si rivela in grado di farlo; l’illusione del controllo lo manda incontro alla rovina. “Se tutte le scelte che hai fatto ti hanno condotto fino a qui, che valore hanno avuto le tue scelte?”, chiede Chigurh al cacciatore di taglie Wells, prima di fargli esplodere la testa contro il muro. Il killer non commette questo errore: ogni suo gesto, persino il più piccolo, rivela una mente talmente fredda da affacciarsi sul vuoto. Ma la sua capacità analitica lo porta a considerare tutto secondo un rapporto di causa ed effetto cartesiano, senza lasciare spazio all’imponderabile, dal quale verrà punito. Lo sceriffo Bell invece sente di doversi opporre da solo al male dilagante, invece di mettere da parte la sua vanità ed affidarsi alla provvidenza di un disegno che, qualunque nome vogliamo dargli, è comunque è più grande di noi. Comprendendo che la responsabilità della giustizia, che abbiamo comunque il dovere di difendere, non appartiene a noi soltanto.

Quella di McCarthy è una prospettiva non della gloria ma della croce, tutta dal punto di vista del dolore umano – completamente diversa da quella di Malick, per intenderci e per rimanere in Texas. La cifra della sua visione è data dai due sogni dello sceriffo Bell che chiudono il libro. Il primo è un riferimento al figliol prodigo che disperde la propria essenza, donatagli dal padre. Nel secondo, Bell vede proprio suo padre avanzare a cavallo in una tempesta di neve con una fiaccola in mano, affrontando il buio e il freddo sempre più fitti per accendere un fuoco. È questa la risposta di McCarthy. È vero, abbiamo spento il sole e continuiamo a sprofondare in una eterna notte. Ma non dobbiamo illuminarla da soli. Il nostro compito è quello di portare un fuoco, quello della speranza, il più avanti possibile lungo la strada. Dove qualcuno lo raccoglierà.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Alla ricerca di un senso: “Non è un paese per vecchi” di McCarthy
Autore: Cormac McCarthy
Genere: Thriller
Editore: Einaudi
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 254
Giacomo Taggi

Romano con una certa passione per la Filosofia. Scrittore e Sceneggiatore, amante delle storie in ogni loro forma.