Amo la musica classica: elogio della pesantezza?

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In fatto di musica, stiamo diventando decisamente onnivori. In particolare noi giovani che abbiamo rinnegato i cd con dodici sacrosante tracce a favore di miracolosi lettori mp3 che raccolgono mille, duemila brani. Scorrendo le playlist di un i-pod medio, troviamo davvero di tutto: dalla musica house all’heavy metal, da Emma Marrone al Nessun dorma. Così onnivori che, quando ci vengono sottoposti sondaggi del tipo “qual è il genere musicale che preferisci?”, ci troviamo in imbarazzo non sapendo, in realtà, distinguere un preciso orientamento tra le nostre preferenze. Ma una cosa è statisticamente certa: ben in pochi barrano la casella “musica classica”.
Già il nome: classica. Classica come il Liceo, quello delle lingue morte, classica come i volumi tanto osannati dai professori di italiano, più volte iniziati e, nonostante le migliori intenzioni, mai conclusi per la loro mole, classica come l’abbigliamento della nonna, gonna al polpaccio e camicione con le maniche lunghe anche d’estate.
Chi risponde così alla fatidica domanda, nella maggior parte dei casi, viene etichettato anch’egli come classico, o, per dirla senza mezzi termini, come vecchio. E talvolta come snob. Perché, si sa, “la musica classica è roba difficile”.

La “difficoltà” che sembrerebbe essere intrinseca alla musica classica è una delle scuse meglio architettate per non avvicinarsi ad essa; da un lato è, infatti, innegabile che sia piuttosto lontana (almeno ad una prima occhiata superficiale) dai modelli “classici” del momento, se intendiamo la musica leggera – e, mentre scrivo, mi viene da pensare: non sarà che la musica classica sia considerata pesante? -, pop e rock contemporanee. Dall’altro, però, è un pretesto per chiudere gli occhi davanti ad un’ignoranza piuttosto diffusa di una fetta importante della nostra cultura. Esempio banale: come mai alle scuole superiori si studiano storia dell’arte e della letteratura e non storia della musica? Leonardo e Michelangelo non sono forse rivoluzionari quanto Palestrina o Bach? Manzoni e Mazzini sono giganti tanto imponenti da oscurare in toto un Bellini o, addirittura, un Verdi? Il cubismo, Joyce e l’informale – e poi ditemi che non è arte “difficile”! – sono forse più destabilizzanti per il pensiero di Hindemith o Schoenberg, al punto che questi ultimi siano tranquillamente ignorati?
È evidente che la musica ancora fatica a penetrare nella cultura “ufficiale” – quella che, secondo il Ministero, merita di essere insegnata a scuola, per intenderci – perché considerata un passatempo, nobile e colto ma pur sempre un passatempo. Ignorando, invece, la sua popolarità di fondo. Non esiste difficoltà – se di difficoltà in assoluto si può parlare – fine a se stessa. E men che meno questo è accaduto in un’arte, quella musicale, che è stata per secoli e continua ad essere anche oggi veicolo di idee, di rivoluzioni. Capire la musica classica significa giungere ad una conoscenza più profonda della nostra cultura: ignorare il Rinascimento musicale, la nascita e l’evoluzione della grande polifonia occidentale, sarebbe come misconoscere la rivoluzione copernicana in ambito scientifico, così come parlare di romanticismo in letteratura o di Schopenhauer in filosofia e non nominare un genio assoluto come Beethoven significherebbe trascurare una forma espressiva a cui, invece, va restituita la dignità che le spetta.

Anche i musicofili hanno talvolta le loro responsabilità in quella che qualche critico ha definito “decadenza del gusto”. Difendendo una nobile causa come quella della musica classica, si trovano spesso impelagati in discussioni mistificatrici che stigmatizzano la musica leggera, ad oggi sentita più popolare, come non colta e, ergo, non degna, crogiolandosi nella loro superiorità da amanti del vero bello. E si giunge così all’elogio della pesantezza, come quella mediamente percepita nel leggere qualche stralcio di critica musicale.

La musica, come tutte le arti, ha una sua storia e una sua evoluzione mai avulsa dal resto della cultura. Avvicinarsi ad essa, con qualche buon ascolto, dapprima mordi-e-fuggi ma che poi può diventare più organizzato grazie ad un amico musicista o a qualche commento sul web, può essere un modo per comprendere meglio una difficoltà non pesante, una cultura che non vuole mostrarsi snob e superiore, una musica “che pone le basi” – questa è, infatti, l’etimologia di “classica” –  per tutto quanto è stato e continua ad essere scritto.

Mi permetto, in chiusura, di scrivere in prima persona; lo faccio perché, quando parlo di musica, in un certo senso parlo di me, dunque, concedetemelo. Io amo la musica classica di una passione sanguigna. E la amo di più ogni volta che ascolto un nuovo brano, quando un insegnante mi fa notare un particolare, un’armonia, una nuova sonorità, quando un direttore mi apre gli occhi ad un’inaspettata interpretazione, quando scopro autori che non conoscevo o vado a concerti che mi riempiono le orecchie e il cuore e, talvolta, gli occhi di lacrime. Anche quando non seguo l’intero procedere dei brani mi basta contemplare, ammirare lo spettacolo che mi compare davanti. Eppure, ancora fatico ad ascoltare una sinfonia per intero senza che nella mia testa non affiori la santa noia (Beethoven, perdonami!). Meglio così, vuol dire che c’è ancora molto che posso ascoltare, imparare, leggere.
E, santo i-pod e benedetta onnivorità della nostra generazione, quando mi va posso sempre prendermi una pausa con i Queen, i Pink Floyd o i Coldplay. E i musicofili continuino pure ad essere convinti che non sia musica degna!

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • Dom

    Che consapevolezza e profondità del senso della vita potrebbero dare alle nuove generazioni gli strumenti della comunicazione e diffusione della cultura, quali lettori, computer, telefoni e web! Purtroppo la consapevolezza dell’Autrice non è comunque assai comune. La conoscenza, come la virtù, restano nella totale disponibilità delle scelte etiche di ciascuno. Sicuramente l’accesso alla cultura è più alla portata di tutti che nel passato; ma anche le insidie che mettono fuori strada (esempio grande fratello). Io mi permetto di aggiungere agli strumenti dell’era digitale: libri cartacei, visioni al cinema, partecipazioni alle sale da concerto, al teatro; ed il teatro canzone… Come dice giustamente l’Autrice, la commozione che può provarsi ascolando i passi lirici di un Puccini, posso provarla anche ascoltando un testo di Silvestri, Björk, o Portishead. Eppure, può anche essere detto che un piacere più intenso e quasi immanente, può essere provato, con più frequenza, se si fruisce del frutto di un lavoro che ha richiesto del tempo per essere preparato. A parte i tempi di lavoro di Mozart e di certo Rossini (Guillaume Tell), è più facile osservare un certo studio, lavoro, impegno, nella produzione della musica classica che non in quella direi contemporanea. C’è stato, anche di recente, qualche genio che ha dedicato e consumato la vita nella ricerca della perfetta interpretazione di Bach. Una facile e sciatta idea della musica potrebbe far dire che è un pazzo colui che siede al piano per 13-16 ore al giorno, per quasi tutta la vita. Ma io so la differenza che c’è tra la Cappella degli Scovegni ed un quadro di Schifano. Citando “A.I”, se un extraterrestre dovesse comprendere che cosa erano gli essere umani da una traccia musicale, sarebbe cosa più veridica usare le Variazioni Goldberg che non Love Me Do.