Anche il buio, sai, verrà rischiarato…

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“La chiamano realtà questa confusione di dubbie opportunità”: così canta Dolcenera nel suo ultimo singolo sanremese. A volte anche grazie alle canzoni si può riflettere sulla situazione in cui si vive. Probabilmente quelle stesse parole, senza l’accompagnamento musicale, risulterebbero troppo dure e spiazzanti.
Dure come le condizioni in cui i giovani, e non solo, si ritrovano a vivere. Spiazzanti come quei momenti esatti in cui ci si sente parte del caos intorno a sé.

Si è stanchi di sentire dire che è un periodo di crisi, ma non si può far finta di nulla. Non si può far finta che le difficoltà non tocchino tutti, dai padri di famiglia che devono far i conti con il pagamento di tasse sempre più ingenti e che tentano in ogni modo di mantenere i propri figli in una situazione di benessere, ai giovani che sempre più numerosi si ritrovano a far parte di quella “schiera”, se così si può dire, di disoccupati.
E se da una parte vi sono i disoccupati che non hanno mai avuto la possibilità di trovare un impiego consono ai propri titoli di sudi, dall’altra vi sono gli esodati, che un lavoro lo avevano ma che improvvisamente è svanito lasciandoli paralizzati dalla paura. Paura che è propria anche di tutti quegli uomini e quelle donne che  hanno la possibilità di avere una parvenza di  impiego ma precario.
Proprio riflettendo sull’etimologia di questo termine che deriva dal latino prex (preghiera) ed è ciò che si ottiene per permissione altrui, ci si rende conto di quanto sia sconfortante considerare proprio questo, uno dei diritti fondamentali della Costituzione italiana, come qualcosa che prescinde la normalità.

Questa gente si trova a dover affrontare situazioni del tutto nuove e difficili, impensabili se si torna indietro negli anni a quando pare che le certezze rendevano tutto più sicuro, a quando il lavoro non era da considerare come un “dono” ma come il risultato di anni di studi.
Ecco spiegato allora il termine paura, che è quella consapevolezza di dovere andare avanti in qualche modo ma di non sapere come e, scoraggiati, a volte non si trova quasi più lo spazio nella propria mente per sogni e per  ambizioni che forse in passato si facevano sentire più a gran voce.
Forse perché viene quasi scontato credere che non si possa  vivere grazie ad essi nella società attuale. Forse proprio vivere è diventato difficile se si pensa alle tante persone che dall’inizio dell’anno hanno trovato la fuga in quel che per loro è stato considerato un porto sicuro, la morte. E non si possono giudicare queste scelte, perché non si può comprendere cosa abbia portato a tanto, se la paura dell’incertezza di cui poco sopra scrivevo – che non permetteva più a questi uomini di guardare negli occhi le proprie mogli, i propri figli – o l’insostenibile timore di avere perso la dignità, perché non si era più in grado di assicurare il minimo alle persone che si amavano.

Ma forse le tristi storie di cui si sente parlare dovrebbero bloccare la voglia di andare avanti, la voglia di non arrendersi? Cosa diventerebbe l’uomo che non ha più la forza di sperare se non un automa nelle mani di un destino che avvinghia con le sue mani e graffia e squarcia con le sue unghia affilate? No, non si deve permettere che questi eventi, il cui corso sembra travolgere inesorabilmente le vite delle persone, eliminino la forza di sperare.
La speranza soltanto può infatti consentire di non abbattersi, di non lasciarsi vincere da tutti quei mostri di cui questa temibile realtà è colma perché, come dice Vecchioni “questa maledetta notte dovrà pur finire … ” e il buio che ci avvolge, verrà rischiarato.

Articolo scritto da Elisa Vitale

Cogitoetvolo
  • Ilaria T.

    Già mai farsi abbattere, mai perdere la speranza. MAI. Proprio ieri parlando con le mie coinquiline mi sono “impuntata” nel trovarmi in disaccordo con loro che volevano convincermi del fatto che oggi si vive per lavorare e si lavora per vivere. L’ho trovata una considerazione davvero deprimente, proprio senza speranze. CAVOLI NON CI STO! -ho pensato e detto- proprio non ci sto. E’ vero il lavoro serve, ma noi non possiamo vivere solo per quello e in funzione di quello. Siamo creature capaci anche di altro: non solo di vivere per un posto di lavoro. E non voglio fare quella che vive nelle favole, però non ci sto a rinchiudere tutta la nostra esistenza in questo materialismo senza speranze.