Anche il Papa se ne è accorto

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La cena dovrebbe essere un momento per ritrovarsi tutti riuniti davanti a un tavolo a mangiare e sopratutto a parlare, ma spesso la tecnologia prende il sopravvento.

Un argomento, un problema radicato nella nostra società moderna, tecnologica, connessa con il mondo e un po’ di più, nella quale l’unico modo per parlare e scambiarsi opinioni è taggare un amico nel commento di una foto su facebook o mandargli un “tweet” di ben 142 caratteri.
I giovani sono la generazione di Whatsapp, gli adulti si sono convertiti ai 5 pollici touch screen e i piccini ormai non hanno limiti, neanche a tavola!

I genitori non sanno più fare i genitori: ormai basta piazzare un iPad con Peppa Pig a tavola davanti alla faccia dei propri bambini per farli stare tranquilli e se la connessione salta si scatena l’inferno; i pargoletti hanno già in mano un cellulare, un tablet e un computer e se fratelli o parenti li privano di questo oggetto è una tragedia, un po’ come quando al cane si leva la ciotola quando sta mangiando: non c’è più un limite alla tecnologia, neanche a tavola.
Una volta i genitori per far star buoni i bambini li cullavano, li inseguivano per tutto il ristorante, li acchiappavano e se li tenevano in braccio, li obbligavano a sedersi sul seggiolone; adesso sono i bambini che obbligano i genitori ad accendere l’iPad e a sintonizzare i canali dei cartoni: non stiamo forse esagerando? Superando i limiti?
La cosa più esilarante è che quando i bambini crescono e arrivano ai 10 o 12 anni i genitori pretendono che lascino i cellulari in camera e che non li portino a tavola; il ragazzino rimane perplesso perché fino a qualche anno prima è stato “educato”, sempre che si possa usare questa parola, a stare bravo a tavola fissando uno schermo, ma c’è ancora più incoerenza nella classica frase “posa il telefono”. Probabilmente in quel momento chi la pronuncia è al telefono o impegnato a scrivere una mail importantissima al capo ufficio oppure a organizzare la serata del venerdì, il tutto ovviamente a tavola.

Viviamo molto fuori di casa, chi a scuola, chi al lavoro, chi in palestra e chi in un campo da calcio e la sera, la cena, dovrebbe essere un momento sacro della giornata: ci si ritrova tutti riuniti davanti a un tavolo a mangiare e sopratutto a parlare, a raccontare della propria giornata, che è stata una grande e bella giornata o una fantastica schifezza, ma non importa, perché si è tutti insieme per un’ora scarsa, a scherzare, ridere e mangiare, ad assaporare il gusto non solo del cibo ma anche quello della famiglia, dell’unione.
Anche il Papa si è espresso riguardo a questo problema: “A tavola serve convivialità, bisogna dire ‘No’ a smartphone e tv accesa”: messaggio chiaro come l’acqua, il discorso è la base di qualunque relazione, da Socrate a papa Francesco ce lo stanno dicendo tutti.

Il logos dovrebbe essere il dio indiscusso della socializzazione tra le persone, e invece no! Non è il logos ma il logo di un app il potente re che regola tutta la nostra socialità, ovviamente oltre all’icona della connessione internet.
La tecnologia è importante, non c’è alcun dubbio, ha migliorato la vita di tante persone in difficoltà, ha permesso di risparmiare soldi, tempo e fatiche, ma questo validissimo aiutante si sta impossessando di noi, mostrando la sua parte peggiore senza che ce ne accorgiamo. Siamo accecati dalla dipendenza da questo schermo luminoso multitasking che sta sostituendo anche il nostro cervello con una RAM da 2GB, proprio come un cocainomane che non sa più dire no alla sua polverina bianca.

La questione non è da cosa si è dipendenti; è dipendere da qualcosa che è devastante.
Creare una famiglia non è facile ma distruggerla sì: tutti hanno da fare, mille pensieri, mille impegni, ma poi? Quando si è da soli? Quando non c’è più nessuno seduto a tavola a cui raccontare la propria giornata? A cui chiedere dei consigli?
Sì, ci rimarrà sempre Yahoo Answer per fare delle domande e Whatsapp per ricevere dei messaggi di conforto, ma di reale, di vero, cosa ci rimarrà?
Eh sì, proprio nulla.

Articolo scritto da Carlotta Pairotti

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