Ancora una volta, wish you were here

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Su Wish you were here si è già detto, e scritto, tutto.
È stata strimpellata sulla spiaggia da comitive di amici con chitarre scordate, è stata suonata da centinaia di band improvvisate in cantine e garage, è stata dedicata da migliaia di ragazzi e ragazze ai propri innamorati lontani.

Wish you were here è infatti la canzone dell’assenza. Wish you were here, vorrei che tu fossi qui. Quante volte abbiamo pensato queste poche parole quando abbiamo sentito la mancanza di qualcuno?

È l’inno della solitudine, il grido di disperazione di chi si sente lontano e sperduto, il canto delle anime sole, costrette nel moto ripetitvo e circolare nel chiuso di una boccia per i pesci, la preghiera angosciosa di chi si vede costretto a correre sempre per gli stessi campi, scontrandosi puntualmente con le proprie vecchie paure.

Wish you were here (e l’omonimo album in cui la canzone è inserita) fu lo strumento utilizzato da Pink Floyd, e da Roger Waters in particolare, per rielaborare nella forma delicata dell’arte l’assenza di Syd Barrett, il cui sguardo magnetico, geniale, intenso e folle era stata la prima anima del gruppo. Ed è proprio la mancanza di Syd, unita alla consapevolezza della sua fragilità e al senso di colpa per averlo abbandonato, che Waters cerca di colmare, quando scrive insieme a Gilmour Wish you were here.
Il risultato è sublime. La musica creata da questi due geni è talmente bella da penetrarti dentro. Rimbomba nelle orecchie, scorre nelle vene, riempie il cuore e colma la solitudine, fa sentir meno l’asprezza e la desolazione di quella mancanza.
Su Wish you were here si è già detto, e scritto, molto. Ogni parola in merito sarebbe vuota, ridondante, superflua. Anche perché tutti, ma davvero tutti, la conosciamo, l’abbiamo sentita e cantata a squarciagola centinaia di volte.

Pochi, però, conoscono l’esistenza di una rara versione della canzone, che si credeva perduta e che è stata, quasi miracolosamente, recuperata solo nel 2011.
L’idea originale dei Pink Floyd era quella di creare una Wish you were here con un assolo di violino. Per fare ciò, si rivolsero forse al maggior violinista esistente all’epoca, Yehudi Menuhin, il quale declinò l’offerta, non sentendosi in grado di creare ad improvvisazione, in quanto molto legato alla partitura, da buon musicista classico.
Il secondo violista che il gruppo contattò, invece, accettò di buon grado. Si trattava infatti di Stéphane Grappelli, uno dei più grandi musicisti del jazz europeo, che aveva fatto parte, con il ben più noto Django Reinhardt, del Quintette du Hot Club de France.
Per un jazzista come Grappelli, improvvisare su una struttura armonica come quella creata da Gilmour e Waters era la cosa più naturale del mondo.

Il risultato è più che sublime. È una Wish you were here inedita, diversa da come siamo abituati a sentirla, ma con un valore aggiunto. Particolare. Inusuale. Bellissima.
Anche in questo caso, ogni parola al riguardo sarebbe superflua. È la musica a parlare, noi dobbiamo solo ascoltarla. In silenzio, con gli occhi chiusi e a volume alto. La voce di Gilmour e il violino di Grappelli faranno il resto…

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.