Anna Karenina

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Un film di Joe Wright. Con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFayden. Sceneggiatura: Tom Stoppard. Genere: Drammatico. Casa di produzione: Universal Pictures Paese: Gran Bretagna, 2012. Durata: 130 min. Rating: 14+. Uscita: 21/02/2013.

 Russia, 1857. Anna, giovane aristocratica pietroburghese moglie dell’importante Karenin, va a Mosca per tentare di riconciliare il fratello con la cognata Dolly. Appena arrivata alla stazione, però, incontra l’affascinante conte Vronskij: ed è proprio in questo momento che ha inizio la loro scandalosa, appassionata e tormentata storia d’amore.

I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti. Così scriveva Italo Calvino non molto tempo fa. Senza alcuna difficoltà possiamo adattare questa definizione per inquadrare uno dei romanzi più emozionanti che siano mai usciti dalla penna di Lev Tolstoj: Anna Karenina. Un capolavoro che si nutre di sentimenti profondamente umani, che narra la straordinaria potenza dell’amore, la fragilità dell’uomo di fronte alle sfide della vita, la sua piccolezza nel momento in cui si confronta con l’Infinito, la sua intelligente capacità di pensare in grande. E’ il romanzo dell’analisi psicologica, “una colossale indagine psicologica dell’anima umana, con una terribile profondità e forza” (Dostoevskij). E ogni volta che si finisce per rileggere quelle parole, scritte in un momento particolarmente turbolento per la Russia zarista che di lì a pochi anni sarebbe stata spazzata via dalla rivoluzione, si finisce per cogliere sfumature nuove nella colossale storia, che aprono a nuove infinite riflessioni. E come possiamo considerare il film di Joe Wright se non una nuova (e inedita, per dirla con le parole di Calvino) rilettura dell’opera di Tolstoj? E come tutte le interpretazioni, anche Wright ha privilegiato un particolare aspetto della storia, concentrandosi sul sentimento che nel romanzo fa da padrone: l’amore. La scelta particolarissima del regista fa sì che la storia venga ambientata in un unico posto, un teatro nel quale i personaggi si muovono quasi a passo di danza, sulle note potenti e maestose di Dario Marianelli, dove un semplice cambio di scenografia determina lo spostamento dell’attenzione dello spettatore. Si tratta di una scelta audace e per certi versi geniale, ma che finisce per risultare un po’ frustrante e poco convincente, per cui la narrazione rimane coperta da un velo di finzione che è quasi impossibile allontanare.

Sicuramente è l’Amore il centro propulsore della sceneggiatura di Tom Stoppard. Espressione massima dell’animo umano, qualità che più di tutte lo distingue dagli altri esseri viventi. L’amore viene considerato da una pluralità di sfaccettature differenti. D’altronde è lo stesso Tolstoj a far dire ad Anna: “ci sono tanti tipi di amori quanti sono i cuori”, sottolineando come anche l’amore è sottoposto alle mutevoli vicissitudini del carattere e della vita. L’amore non è un bene di per sé, ma diventa tale se chi ama è in grado di sublimare questo sentimento, vivendolo appieno con virtù e nobiltà d’animo . La storia d’amore centrale è sicuramente quella tra Anna e Vronskij. Anna è sposata con Karenin, un potente funzionario di governo, molto più vecchio di lei, attento alle apparenze, freddo e austero anche con il piccolo di figlio di nove anni, che invece è amato profondamente dalla madre. La capacità di amare di Anna, frustrata costantemente dall’atteggiamento del marito, esplode improvvisamente nel momento in cui incontra lo sguardo sensuale del conte Vronskij. Il loro amore è sentito in maniera così forte e prepotente da entrambi che sarebbe per loro impossibile tollerare una condizione di bugie e ipocrisie. Ed è così che Anna si ribella alle convenzioni sociali e urla al mondo la sua insofferenza verso il marito, il profondo amore che la lega a Vronskij, la sua impossibilità nel recitare la parte che la vita le ha assegnato, quella di moglie e madre virtuosa e fedele. E se si può, al primo impatto, provare sgomento di fronte al coraggio di Anna nel momento in cui compie un gesto così moralmente discutibile, abbandonando senza scrupoli marito e figlio, inevitabilmente lo spettatore (e prima di lui il lettore) non può far a meno di amare la passione e la profonda miseria di questo grandioso personaggio, che ha sacrificato tutto ciò che di più caro aveva nella vita in nome dell’Amore. I tormenti della protagonista, cui Tolstoj dedica capitoli interi, sono ben riassunti nella bellezza rara e un po’ androgina di Keira Knightley, che mette in scena un’Anna appassionata, dallo sguardo stralunato e un po’ folle, dagli occhi costantemente velati da una tristezza inespressa. La bellezza dell’attrice è impreziosita ancora di più da abiti magnifici e delle pellicce morbide e sontuose, costruiti a regola d’arte, tanto da meritarsi il premio Oscar per i costumi. Accanto a lei, un impeccabile Jude Law interpreta la parte del marito tradito, sempre composto e attento alle convenienze, estremamente fiducioso nella moglie e pronto al perdono più sincero. Non a caso il film si chiude con l’immagine di quest’uomo che vigila sul figlio e sulla bambina illegittimamente avuta da Anna: Karenin, infatti, rimane sempre il punto fisso, il personaggio forte e coraggioso che ha saputo affrontare con fede e compostezza la tempesta che ha sconvolto la sua vita coniugale.

Parallela alla storia d’amore principale, Tolstoj e Wright ci narrano anche delle vicissitudini sentimentali di Levin e Kitty. Levin è un aristocratico proprietario terriero, profondamente amante della natura e della campagna, convinto della inutilità e della finzione della vita cittadina. La scena, a questo punto, si sposta finalmente dal chiuso del teatro in cui è ambientata tutta la storia, simbolo dell’inautenticità della vita vissuta in città. Davanti allo spettatore si aprono gli incredibili paesaggi della campagna russa: distese sterminate di neve e ghiacci, campi ricoperti di grano dorato, covoni di fieno che emergono dalla nebbiolina delle brevi notti estive della Russia, in cui fin troppo chiaramente si coglie un omaggio a Monet. Tenero, timido, intelligente e dai sentimenti forti e puri, Levin è sicuramente un personaggio fortemente autobiografico, in cui Tolstoj cerca di incarnare la sua idea più alta di amore: egli, infatti, è follemente innamorato della splendida Kitty, che da lui viene considerata come un angelo e che finisce inevitabilmente per ricambiare questo sincero sentimento. Il loro amore, così forte e puro, ma al tempo stesso così saldamente ancorato alla realtà, è diametralmente opposto a quello, carnale e distruttivo, tra Anna e Vronskij. Anzi, lo stesso Levin afferma con convinzione che l’amore che indulge al desiderio sensuale fine a se stesso è da condannare perché si tratta di un uso scorretto di qualcosa di “sacro”. L’amore coniugale, quando è vissuto pienamente, ha invece in sé qualcosa di misterioso e di sublime, attraverso cui si soddisfa la propria umanità e si realizza la propria felicità. La felicità di Levin e Kitty, infatti, si concretizza e si compie proprio nel matrimonio in cui prende lentamente forma la sagoma di un altro tipo di amore: quello che si instaura tra genitori e figli. E’ proprio il contatto con la sua piccola creatura che mette Levin di fronte alla grandezza della creazione, portandolo finalmente ad ammettere l’esistenza di quel Dio nel quale si era sempre rifiutato di credere.

Dopo aver guardato il film, possiamo affermare con sicurezza che Tolstoj non delude mai. Neanche al cinema

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.