Apologia dei cattivi

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Il confine tra bene è male è così marcato? Cosa c’è dietro al male che affligge i cattivi?

Per quanto cerchi di frazionarsi con vari criteri, tutto nel mondo ritorna ad un’unica suddivisione duale: il bene e il male. Non esiste bene senza male, e viceversa. Vengono determinati dalla cultura, dalla società e dal contesto, ma la differenza tra questi è data solo dal grado di opposizione: se un comportamento è ritenuto giusto, il suo opposto sarà sbagliato e viceversa.

Bene e male hanno popolato storie, miti, leggende di tutti i secoli, o meglio questa suddivisione ha avuto origine con la nascita dell’uomo, che ha apportato una serie di regole e senso di etica che prima non c’era.

Ma davvero si può ridurre così semplicisticamente l’indole dell’uomo a due categorie? E’ quello che facciamo continuamente: ridurre. Ridurre una persona ad essere qualcuno, quando in potenza potrebbe essere qualcun altro. Ci focalizziamo solo su un aspetto, senza guardarne la cornice. Un uomo in galera sarà ritenuto dalla maggioranza. Magari sarà stato arrestato per furto: e se avesse rubato per fame? Questo fa ancora di lui un uomo cattivo?
Un bambino delle elementari non sa fare le moltiplicazioni, non fa i compiti a casa, però disegna in maniera stupefacente. Per molti sarà sicuramente uno sfaticato, destinato al fallimento da grande. E se, per arrivare a quel punto, la sua maestra di matematica gli avesse spiegato male la lezione, o lo avesse sgridato più volte dicendogli che è un fallito? Questo fa ancora di lui un bambino scansafatiche?

Veniamo condizionati continuamente dall’ambiente in cui viviamo. Siamo come delle spugne, assorbiamo tutto quello che ci capita e poi reagiamo negli unici modi che conosciamo, non sempre giusti. Ci sono anche casi in cui riceviamo insegnamenti più che validi, eppure ci comportiamo in maniera opposta perché a volte fare la cosa giusta richiede impegno e sacrificio, o semplicemente ci fa paura. Abbiamo paura di fallire, di sbagliare, di non farcela. Paura di essere guardati con disprezzo, disappunto, delusione, rabbia, disgusto, commiserazione. Tutti vorremmo essere amati. E in mancanza di amore cerchiamo di colmare il nostro vuoto cercando potere, accrescendo l’ego. Che brutta cosa la paura, ci inibisce a tal punto da rinunciare ai sogni, inaridendoci il cuore. Ci rende claustrofobici tra i suoi muri invisibili. Non vediamo più il sole, perdiamo la speranza, e così quando vediamo qualcuno che ha il viso illuminato dalla luce, quella luce a cui aspiriamo, veniamo attanagliati da un senso di amara inquietudine che ci fa solo desiderare quello che possiede quella persona.

Alla base di ogni storia in cui c’è una battaglia tra bene e male, tra protagonista e antagonista, spesso l’antagonista ha alle spalle eventi che lo hanno segnato negativamente, come il rifiuto, l’abbandono, la violenza; il che, abbinato a compagnie non del tutto raccomandabili, può portare a perdersi. Ma di questo non si parla mai.

Ma come si arriva a questo punto? Sicuramente è un discorso molto complesso, ma esporre anche in maniera semplicistica il meccanismo che si trova alla base potrebbe generare una maggiore autoconsapevolezza in ogni soggetto.

Tutto ha origine dal dolore. La psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross individuò 7 fasi del dolore: shock, negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione, speranza.

Elisabeth Kubler Ross

Ogni persona di fronte a un evento doloroso affronta queste sette fasi, e arrivata alla settima riesce a mettere da parte il dolore e ad andare avanti. Tuttavia alcuni soggetti non metabolizzano correttamente i propri sentimenti e hanno una visione distorta della realtà che li porta a superare il dolore causato da solitudine o insicurezza, cadendo nella trappola del narcisismo.

Questi rinnegano la propria identità, perdendo ogni contatto con il proprio corpo e i propri sentimenti e di conseguenza con i sentimenti altrui. Abbandonano ogni schema mentale che abbia a che fare con il senso di affettività verso l’altro e si rifugiano dietro un’immagine falsa di loro stessi che si sono costruiti con il tempo. Spesso causano sofferenza alle altre persone, che li definiscono “vampiri” proprio per la loro caratteristica di succhiare l’energia e di respingere o screditare l’amore che gli si da. Anomali e casi umani. Persone cattive, così pare almeno in superficie, e senza speranza. Forse è proprio questa la chiave di tutto: sono privi di speranza, di gioia di vivere, di amore per sé stessi, convinti di non valere niente. Paradossalmente però fanno di tutto per non apparire dei perdenti.

Feriscono con la loro ritrosia al lasciarsi andare, al lasciarsi amare. Fanno del male agli altri, sì, ma prima di tutto a loro stessi. C’è chi non è consapevole di avere un problema di affettività, viene chiamato cattivo senza capirne il motivo e continua imperterrito a camminare. Chi ha più autoconsapevolezza e viene disprezzato per la propria brutalità, invece, probabilmente si fermerà e rimpiangerà di non essere una persona genuina.

In una società fortemente edonistica sono loro le prime vittime di sé stessi. Bisognerebbe imparare a guardare con più attenzione e vedere il male invisibile che affligge i “cattivi” e non focalizzarci solo ed esclusivamente sul dolore evidente che causano anche senza volerlo sui “buoni”.

 

Rossella Azzara

Sono una studentessa universitaria con la passione per la scrittura e la lettura, il cibo, la natura e tutto quello che ha a che fare con l'arte: dalla fotografia al disegno, alla scultura e all'architettura. Mi piace mettermi in gioco, scoprire nuove cose, ma soprattutto mi piace passare il tempo con persone che mi influenzino positivamente.