Apologia di un cancellatore

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Cancellature e segni neri, cosa rimane della parola nelle opere di Emilio Isgrò?
Intere pagine, libri su libri celati con cura dalla china o dall’acrilico, da velature bianche, da mani di colore, e su cui ultimamente si aggirano api o formiche; dagli anni ’60 quante parole sono state occultate.
Emilio Isgrò nasce nel 1937 in Sicilia (Barcellona Pozzo di Gotto); da quasi cinquant’anni si dedica alla cancellatura, a quest’opera direi catartica, che nella censura della parola ridona alla parola stessa nuovo vigore e nuova poesia, decontestualizzandola, eliminando tutti quei “di più” che opprimono la società oggi.

Non tutti avranno presente ciò di cui sto parlando… basta però poco per immaginarlo: un libro. Un libro qualsiasi. Prendiamo, che so, la Costituzione. E con un pennello intinto nell’acrilico nero cancelliamo una ad una tutte le parole. Quasi tutte… lasciamo, magari, come residuo del primo articolo, sparse qua e là, le parole “una – indivisibile – minorata”. Api si aggirano sulla pagina, << forse per nutrirsi del polline delle parole>>.
Questa è l’opera che apre l’esposizione “La Costituzione cancellata – rappresentazione di un crimine” (rimasta dal 27 novembre 2010 al 31 gennaio 2011 alla galleria Boxart di Verona). Crimine dal latino “cernere”, ovvero distinguere, scegliere, selezionare – quello che ha fatto Isgrò nella sua opera di rilettura critica della Costituzione italiana, nel suo stendere colore su ogni singola parola del testo-simbolo d’Italia, risparmiando dall’oblio solo pochi frammenti ironici che in sé racchiudono l’essenza del Bel Paese. “Un’opera di poesia, frutto di uno struggimento civile e di una grande pietà per questo povero Paese che forse non merita il destino che gli è stato assegnato”, dalle parole dello stesso artista.

La prima volta che mi sono trovata davanti ad un’opera di Isgrò (credo si trattasse di una copia de Il Cristo cancellatore, 1968, Edizioni Apollinaire) sono rimasta colpita, pur non capendo il senso di quelle pagine completamente annerite, dalla genialità del gesto, e, non avendo io la pretesa di trovare un senso all’arte contemporanea, avevo accantonato l’autore nella sezione “pazzi geniali” del mio cervello e finita così.
Ma la riflessione sul gesto ha in realtà molto da rivelare.
In primo luogo, quelle parole cancellate non smettono di esistere, sono solo protette da uno strato di colore, e hanno tanta dignità quanto le parole ancora leggibili. C’è differenza tra il bianco, il vuoto, il nulla, e testi esistenti che vengono cancellati: si salvaguarda l’essenza.
<< Il cancellare è un gesto paradossale di distruzione e ricostruzione >>. Infatti, viene al contempo destrutturalizzato un testo, ma anche un sistema di linguaggio, a favore di una rinascita del linguaggio stesso, in cui le parole emergono prepotenti enfatizzate nel loro significato ultimo.

Il Cancellatore elimina il superfluo, ci restituisce una versione della realtà epurata dell’eccesso che spesso ai giorni nostri acceca e confonde.
“Proprio oggi la comunicazione mediatica si è fatta incredibilmente invadente e aggressiva, e cancellarla è il modo più semplice per contrastare un meccanismo che quasi sempre lascia poco spazio alla libertà umana di essere e di pensare. Più si informa e più si disinforma. E questo avviene sia con le parole sia con le immagini. Avere la possibilità di interrompere di tanto in tanto questo bombardamento incessante di notizie è di fatto una forma di igiene mentale del linguaggio”

Tutto questo come modesta apologia di un personaggio e di un’opera che rischiano di essere fraintesi e denigrati.

Articolo scritto da Sara Bologna

Cogitoetvolo