Armi-giocattolo che uccidono per davvero

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È possibile morire a due anni? È possibile rimanere uccisi da un colpo di arma da fuoco? È possibile che a stroncare la vita di una bambina sia una munizione sparata dal fucile del fratellino maggiore?

È successo nel fine settimana, a Burkesville, un paesino del Kentucky, negli Stati Uniti. Kristian, cinque anni, possedeva un fucile calibro 22, ricevuto in dono per il suo compleanno. E, giocando, una delle tante volte in cui lo imbracciava fingendosi un militare o un abile cacciatore, è partito un colpo che ha colpito in pieno petto la sorella, Caroline, di appena due anni.

Una notizia di cronaca che, nella sua crudezza, fa raggelare il sangue nelle vene. Un “tragico incidente”, come lo ha definito il giudice, che parla delle contraddizioni di un Paese, gli USA, in cui è normale che anche dei bambini possiedano armi proprie, fabbricate appositamente per loro.

“Crickett: my first rifle”. Con questo efficace slogan viene abitualmente pubblicizzato il fucile che avevano regalato anche a Kristian, un modello che negli ultimi anni ha letteralmente spopolato: sessantamila di queste armi-giocattolo sono vendute infatti ogni anno negli States. Guadagni tanto soddisfacenti che la casa produttrice ha di recente introdotto anche il modello in rosa, per fanciulle. E sul sito interamente dedicato a Crickett, ora momentaneamente oscurato, si possono visualizzare decine di fotografie di bambini con in pugno le loro armi, donate da genitori e zii intenti ad insegnare loro come utilizzarle, allo stesso modo in cui un padre fotografo si appresta a mostrare i prodigi di una reflex al figlioletto.

Crickett ha una funzione didattica: insegna ai bambini a sparare, a prendere confidenza con le armi che, una volta divenuti maggiorenni, potranno facilmente acquistare e con le quali potranno difendersi come liberi cittadini americani. Pubblicizza che, in fondo, la guerra è un gioco da ragazzi e che con la morte si può scherzare al punto da far imbracciare uno strumento che la procura, magari tinto con colori sgargianti, ad un innocente grillo sorridente.

Sconvolgenti le parole della nonna dei due fratellini, a commento dell’accaduto: “E’ stato solo un tragico incidente”, ha riferito ai giornalisti, “con le armi capitano questo tipo di cose. So già che la mia piccola è in paradiso ed è nelle buone mani del Signore. Era arrivato il suo tempo ed è andata via”. Parla con rassegnazione, senza mai accennare a colpe dei “grandi”, degli adulti della loro famiglia e di tutte le famiglie che a migliaia di bambini ogni anno donano uno strumento come quello che ha ucciso la “sua piccola”. E allo stesso modo si è pronunciato, immediatamente dopo l’accaduto, il portavoce della Polizia di Stato, assicurando che non esistevano gli estremi per alcuna accusa nei confronti di terzi.

Eppure i tragici incidenti esistono. Le malattie, gli schianti di veicoli in autostrada, i terremoti, gli incendi sono tragici incidenti; non hanno un perché, il più delle volte accadono, “capitano” e basta. Invece la morte di una bambina, provocata da un proiettile di un’arma-giocattolo, non è un tragico incidente. È una disgrazia che poteva essere evitata, ad esempio permettendo ad un bimbo di cinque anni di divertirsi, nel suo tempo libero, utilizzando costruzioni di legno o modellini di automobili al posto di un fucile costruito a sua misura, “senza rinculo, così che lo sparo risulti meno difficoltoso”, come cita il manuale di descrizione di Crickett. E poteva essere evitata anche rimuovendo tanta della guerra che gli adulti – e questa volta gli americani non sono gli unici che dovrebbero farsi un esame di coscienza – svendono ai piccoli consumatori sotto forma di videogiochi violenti, simulazioni di scontri armati che li rendono baby-assassini, autoassolvendosi nel momento in cui li chiamano “giochi”.

Ma i giochi sono altri. Perché i giochi non possono, non devono uccidere.

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • GABRIELE PAGANELLI

    Ottimo articolo, Eleonora. Condivido profondamente il giudizio che dai. Complimenti per la scrittura e ancora di più i miei complimenti vanno alla tua curiosità che ti permette di lasciarti colpire da ciò che accade!