Asaf Avidan: un incontro inaspettato

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Un incontro inaspettato: non potevo certo aspettarmi che dentro quel ragazzo di Gerusalemme, con un taglio di capelli alla moda e qualche tatuaggio, si nascondesse una voce del genere. Mi aspettavo di ascoltare una voce roca, bassa, vissuta e graffiata, tipica di tutta quella musica intimista e dannata che in Kris Kristofferson o in Tom Waits ha trovato forse la sua piena realizzazione: voci che portano nei loro timbri tutta la polvere di una strada deserta e ventosa e tutta la lacerazione di una notte di pianto per un amore perduto. Anche Asaf Avidan esprime tutto questo, ma in maniera del tutto nuova e originale: una voce acutissima, al limite della rottura, che nei momenti più inaspettati prende ancora di più il volo, dandoti la sensazione che qualcosa ti stia bruciando in corpo.

Una battaglia (vinta) contro un tumore, i dischi con una band famosissima in Israele (gli Asaf Avidan & The Mojos), una nuova carriera solista dopo il successo planetario assolutamente involontario. Tre tappe da ricordare per questo giovane israeliano, che in Italia è ormai sulla bocca di tutti dopo l’entusiasmante performance al festival di Sanremo, con tanto di bis finale. Come dono nella vita non ha ricevuto solo questa grande voce, ma anche la capacità di tradurre in musica le sensazioni più profonde che possono scuotere l’animo umano, servendosi solo di una chitarra acustica (o di un pianoforte) e di un’armonica a bocca.

È difficile ascoltare Asaf senza pensare allo spleen romantico, alla sensibilità dei poeti più tormentati, al travaglio interiore di chi medita sulla vita e sulla morte, sul senso dell’abbandono e del dolore. Niente di deprimente, state tranquilli: solo un trentenne, figlio di diplomatici, che conosce la vita, i viaggi (ha vissuto diversi anni dell’infanzia in Giamaica), l’amore, ma anche quella malinconia e quello struggimento, Sehnsucht dicono i tedeschi, che tanti artisti hanno sempre cercato di tradurre in poesia, prosa e musica.

Parlavamo di un successo involontario. Molti musicisti diventano famosi quasi per caso, ma l’episodio che ha scatenato il grande trionfo di Asaf Avidan sulla scena mondiale è quasi bizzarro. Un giorno, tramite internet, viene contattato dal dj tedesco Wankelmut, che gli comunica la sua intenzione di remixare una canzone contenuta nell’album The Reckoning del 2008, senza dargli possibilità di assentire o di opporsi. Inutile dire quanto Asaf fosse contrario ad un simile progetto, perché la sua One Day/Reckoning Song è la sintesi di una vita, il perfetto risultato di ciò che lo porta a scrivere canzoni, l’apoteosi di quell’intimità che egli traduce in musica senza porsi domande, concretizzando l’istinto naturale di cantare per sfogare le sue emozioni più profonde:

“Non ci sono più lacrime, il mio cuore è asciutto, non rido e non piango, non penso a te tutto il tempo, ma quando lo faccio mi chiedo perché./Devi uscire dalla mia porta e andare via proprio come hai fatto prima./So di aver detto di essere sicuro ma i ricchi non riescono ad immaginarsi poveri./Un giorno, piccola, saremo vecchi, e penseremo a tutte le storie che avremmo potuto raccontare”.

Il progetto di Wankelmut va in porto proprio nel 2012 (peraltro accompagnato da un video completamente fuori contesto rispetto al testo) ed è subito un grande successo, per lui ma anche per il tizio sconosciuto che ha scritto la canzone. Le notizie corrono veloci, il suo nome è Asaf Avidan. Potremmo mai dimenticarlo? Forse sì, ma solo se riuscissimo ad evitare di canticchiare il ritornello di One Day/Reckoning Song ogni dieci minuti (magari con le lacrime agli occhi).

Ve l’assicuro, è impossibile.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.