Assuefazione

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Siamo talmente bombardati da film, serie tv e giochi violenti che non possiamo più farne a meno, neanche lontano dagli schermi. Ecco allora che la violenza diventa un “gioco”, eccitante e divertente, non più virtuale ma terribilmente reale.

Forse anche voi, come me, di fronte ai più recenti casi di cronaca siete rimasti esterrefatti, turbati, e vi siete interrogati a lungo sul perché dei ragazzi giovani o giovanissimi arrivino a compiere certe azioni. Perché due ragazzi in provincia di Ferrara progettano e mettono in atto l’uccisione dei genitori, quattro bambini delle elementari maltrattano una compagna in uno dei più noti istituti scolastici di Milano o un gruppo di adolescenti napoletani sevizia un compagno con un compressore causandogli lesioni gravissime?

Inconsapevolmente, la risposta ce l’hanno fornita i genitori dei carnefici di quest’ultimo episodio, definendo quella violenza brutale e selvaggia «un gioco finito male». Era l’ottobre 2014 e allora, sull’onda dell’indignazione, non c’eravamo accorti che quei genitori avessero pronunciato una frase profondamente vera, profondamente spaventosa, facendo luce su un processo ormai diffuso nel mondo contemporaneo: il «gioco» della violenza, sperimentato per ore su schermi bidimensionali, è talmente eccitante che viene trasferito dal mondo virtuale a quello reale. Per gioco o anche solo per vedere cosa si prova.

Un tempo si diceva di non replicare a casa ciò che si vedeva al cinema o in televisione, una raccomandazione noiosa, ridondante, perché da tutti data per scontata: era ovvio che il cinema e la vita reale fossero due mondi separati e che certi episodi di violenza, corse in macchina o azioni estremamente pericolose non andassero imitate. Oggi non è più così ovvio. Siamo talmente bombardati da film, serie tv e giochi violenti ed eccitanti, che non possiamo più farne a meno, neanche lontano dagli schermi. Se ci divertiamo sparando, picchiando e ammazzando nei videogame, se ci intratteniamo guardando thriller e horror sadici, se troviamo attraenti i serial killer più spietati – vedi la figura di Joker in Batman, così idolatrata che ne hanno fatto persino delle T-shirt – tutta questa violenza diventa una droga, di cui abbiamo costantemente bisogno e che lentamente ci dà assuefazione.

Probabilmente Freud spiegherebbe questo processo così: la violenza, fisica e verbale, è un impulso istintivo e irriducibile della nostra parte più selvaggia, l’Es; dal momento che nelle società civili è rigorosamente vietata e repressa, il nostro Io ha bisogno di esperirla in modi indiretti, approvati dalle regole del vivere civile. È così che ci sfoghiamo in mondi fittizi, apparentemente separati da quello reale, che in realtà finiscono per influenzare la nostra psiche e i nostri comportamenti. È così che alcuni giovani, perdendo la cognizione di cos’è reale e cosa no, se hanno un’arma a disposizione la prendono e la usano contro folle indistinte di bambini o persone – vedi i numerosi casi di cronaca americana – per rivivere l’eccitazione provata tante volte nei videogiochi. Magari anche i terroristi dell’Isis hanno preso spunto da lì, non c’è forse un videogame in cui ci si diverte a investire persone con macchine e camion?

Se la violenza è un gioco, che ci diverte e ci intrattiene, cosa succede quando vogliamo provarla per davvero? Ecco il caso dei ragazzi romani che hanno ucciso l’amico ventitreenne «per vedere che effetto fa». Cosa succede poi quando non riusciamo più a farne a meno? Ecco che, spenta la Play Station, i bambini vanno a scuola e picchiano i compagni più deboli, «per gioco».

Tutto questo spaventa, perché è un processo talmente radicato nelle nostre vite che è difficile da estirpare. Come evitare che la violenza ci dia assuefazione? Sicuramente le responsabilità principali le hanno la scuola e l’industria mediatica. Ma anche genitori, fratelli, zii e amici possono aiutare le persone più sensibili a tracciare un confine netto tra ciò che è reale e ciò che deve necessariamente rimanere in mondi irreali.

Dobbiamo disintossicarci, riprendere in mano un romanzo d’amore, guardare commedie, parlare con gli amici, uscire dalla spirale della violenza e riprendere contatto con la nostra parte migliore, quella costruttiva e non distruttiva, quella altruista e solare, quella solidale.

È un percorso complesso, molti avranno bisogno di aiuto, ma è indispensabile per porre fine a questa epidemia. I telegiornali ci terrorizzano tanto con ebola, zika e meningite, senza pensare che la malattia più pericolosa e contagiosa non proviene da un virus esterno ma dalle nostre menti. L’antidoto, come sempre, è la terapia dell’amore.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".

  • Filippo Parrino

    ma secondo me siete un po’ esagerati…io ascolto metal,mi piace il cinema horror e non solo ( tranne le commedie alla checco zalone), leggo romanzi ” espliciti ”, e gioco a video game violenti…non ho aggredito nessuno

    • Caro Filippo, anche io personalmente amo i thriller e le crime story, non volevo dire che tutti quelli che guardano cose violente diventano violenti. Ma semplicemente che, a volte, le persone più sensibili, più irascibili e predisposte caratterialmente, possono subire il fascino negativo di questi modelli e tentare di emularli.

      • Filippo Parrino

        si ma nell’articolo la frase ” tutti quelli che guardano cose violente diventano violenti” non c’è scritto…e magari qualcuno con poca cultura e verve potrebbe crederci veramente e prenderlo per dato oggettivo