Astolfo sulla luna

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Astolfo camminava sul suolo biancheggiante della luna, lì dove dimoravano indisturbate le perdite infinite degli uomini. L’orizzonte appariva incredibilmente distante e vuoto, là dove il vuoto era pieno di ciò che non si vede ma che è più di quel che si vede, di ciò che è materiale. Anche l’aria aveva una consistenza diversa lì: era eterogenea, a tratti calda e fredda, leggera e pesante. Un’intuizione gli suggerì che questa fosse composta da pensieri, anch’essi, come tutto il resto, persi e mai più ricercati. Sentimenti irrequieti come anime nell’Ade vorticavano silenziosi, vomitando vapori colorati come nuvole al tramonto.
La sua sensibilità fu annientata, assediata da mille e più immagini, suoni e sapori. La porta di quercia della roccaforte della sua mente crollò all’ennesimo colpo dell’ariete dalle corna di titanio. E Astolfo vacillò, scosso cercò qualcosa a cui aggrapparsi, si portò le mani alle tempie: una totalizzante sinestesia lo prese trascinandolo lontano mentre il suo corpo cieco arrancava. Gli odori divennero immagini e suoni, i suoni immagini indistinte di lontane e irreali vette di nebbia, il tatto un gusto persistente di panna e fragole. Poi più nulla: perse ogni cosa e finalmente raggiunse la luna. Perse sé stesso e si ritrovò lì. Nel tutto.
Doveva essere quella la vera luna, o forse una parte di essa. Qualcosa l’aveva chiamato a sé con una forza disarmante e terribile che si stava dissolvendo lasciando comunque un retrogusto amaro e dolce allo stesso tempo. Vide tutt’attorno a sé cataste infinite di libri, mari e oceani di fogli dimenticati, persi per l’incuria, ne sentì l’amara delusione aleggiare nell’aria. Lontane vagavano figure agghiaccianti di personaggi abbozzati, alcuni senza occhi, altri senza testa o addirittura privi di corpo: fantasmi dotati di sfumate e contorte personalità, indecifrabili.
La tristezza di un’imperdonabile dimenticanza sembrava gravare su tutto come una montagna, come una lapedicina continua che si abbatteva sul suolo formando quei crateri che Astolfo vedeva appena, data la quantità di oggetti dimenticati che giacevano a terra come corpi morti e freddi.
Ombre di legami persi scivolavano nel buio, Astolfo dimenticò la distinzione tra materia e non materia, tastò sé stesso come per sentirsi, nella confusione totale della sua mente che si trasformò in follia.
Un refolo d’aria gli mise un cilindro sulla testa, il ragazzo sorrise al ricordo di quel personaggio che gli era sempre piaciuto: il cappellaio matto. Chissà da dove era venuto fuori quell’oggetto, la sorte sembrava sorridergli, ironica fino all’inverosimile.
Un sogno divampò come un incendio nella sua testa, lo sentì bruciare al di là degli occhi da folletto, che brillavano di una nuova e folle luce. Qualcosa in lui si era mosso.
Sicuro come mai in vita sua camminò spedito verso l’orizzonte in quel labirinto di oggetti e fantasmi, come in un percorso calcolato al millimetro, conosciuto a memoria. Quel cappello sapeva dove andare, Astolfo si fidò.
Arrivò lì dove lo attendeva quel che la malattia gli aveva strappato. Che aveva perso come si perde l’amico che non si sente più benvoluto. Non ricordava nulla degli anni precedenti, sapeva solo che la sua mente non era mai stata così vuota. Mancava qualcosa. Ma cosa?
Non lo sapeva ma lo percepiva: quel tassello mancante brillava, persisteva. Le sue ali erano lì, da qualche parte.
Erano forti abbastanza da mettersi contro il tempo e le tenebre striscianti della luna.
Arrivato dove l’istinto lo aveva condotto, il ragazzo alzò lo sguardo. Davanti a lui si trovava un immenso e nodoso albero chissà come e quando cresciuto lì. Non ne aveva scorto la figura da lontano, non l’aveva visto scivolare fuori dalla terra e protendersi verso il cielo. Semplicemente non si era mosso e Astolfo non era stato attento e ora era confuso, davanti a quella presenza fragile e spontanea come quella di un pensiero. Il ragazzo sorrise, incapace di celare la sua felicità.
Non avrebbe saputo spiegare quella splendida e forte sensazione che l’aveva preso, era quasi incapace di usare la ragione, in fondo cos’è la realtà?
Nulla, perché ognuno vede semplicemente quel che vuole vedere.
Della realtà non gli importava.
E allora ricordò quella vita che con la realtà non aveva niente a che fare: la vita sulla carta, sulle parole. La vita che scorreva come l’inchiostro, che l’aveva attratto a sé e stretto con un abbraccio nuovo e magnifico. Ma aveva perso le sue ali: il suo filo d’Arianna nel labirinto della vita, il dizionario della realtà tramite il quale lui la comprendeva giacevano lì, gli era stata strappata l’unica cosa che in sé stesso non avrebbe voluto cambiare. E la lontananza dalla vita narrata lo lacerava dall’interno, costringendolo a incespicare tra i rovi delle parole quotidiane e tediose che spesso sentiva ed era obbligato a pronunciare, si era sentito come un attore entrato al momento sbagliato e ridicolizzato dalla folla.
Osservò la propria indistinguibile immagine riflessa sulla superficie argentea del tronco, scorse le familiari serrature per i mondi dell’immaginario tra le nervature e i nodi scolpiti su quell’inverosimile, perfetto essere.
La cosa più stupefacente in assoluto, però, era quel che stava in alto, irraggiungibile.
Mille sottili rami dotati di corde diversamente lunghe e corte, tutte perfettamente accordate, tutte proporzionate, emanavano luce propria, sottile e impalpabile.
E quello stesso soffio di vento che gli aveva portato il cappello si innalzò come un’onda travolgendo il ragazzo: il cilindro volò via com’era arrivato, i rami dell’albero vibrarono producendo un preludio possente e cerimonioso che Astolfo sulla terra avrebbe ricondotto a distanti contrabbassi. Poi la vera melodia si librò nell’aria, limpida, e il ragazzo, strabiliato, ascoltò gli impossibili accordi che le corde, che sembravano di vetro fuso, estraevano dal vento semplicemente togliendogli il silenzio, con una naturalezza disarmante.
E il ragazzo rimase lì, immobile, con gli occhi chiusi e vigili che osservavano sullo sfondo nero delle palpebre serrate un nascere e morire continuo di mille diverse sensazioni: le note si trasformavano in immagini e foreste, immensi templi e ammalianti sirene, draghi dalle menti ancestrali e stinfalidi con artigli di granito ricurvi, occhi di rame cupi come il sangue nascosti nell’ombra.

Astolfo si ritrovò intatto in quel mondo che aveva perso, che gli era stato strappato come quei ricordi di cui in quel momento non gli importava nulla. Vide se stesso su mille diverse scrivanie, con mille e più penne e fogli, sdraiato a leggere, a scrivere su piccoli e grandi taccuini, avvinto alla vita dell’inchiostro che ormai era diventata sua. I suoi occhi si accesero come fari, i suoi capelli si tinsero di rosso fuoco e l’albero esplose in una nube di cristallo e polvere dorata. Astolfo si portò le mani sul viso, per coprire gli occhi, ma una strana luce lo indusse ad aprirli.
Un essere fragile come l’argento, con grandi occhi d’ambra, camminava verso di lui. Il ragazzo lo osservò a lungo, poi lui imitò il sorriso che prima era stato di Astolfo e il ragazzo si calmò, riconoscendosi in quella figura evanescente e incredibilmente reale che finalmente aveva ritrovato.
Astolfo gli tese la mano, l’angolo della bocca dell’essere si sollevò in un sorriso compiaciuto e le due metà si unirono al solo tocco, come se una strana forza li volesse riuniti, per sempre.
E poi si svegliò, sul letto della sua stanza, soddisfatto, sorrideva nel buio sentendosi di nuovo sé stesso. Aveva ritrovato le proprie ali, il mezzo risolutivo dei propri interrogativi: la scrittura, tramite la quale ogni cosa assumeva il senso che le competeva.
Felice, seppe che non l’avrebbe più persa, e si riaddormentò mentre dentro di lui l’albero, che si era rigenerato mettendo radici sul suo cuore, componeva note e accordi che diventavano figure, colori, sapori e sensazioni tattili più veri del reale.

            Articolo scritto da Antonella Giacona 

 

 

Cogitoetvolo