Attentato a Parigi: un odio che non conosce confini

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La solidarietà per Parigi imperversa sul web ma è necessario che #PrayforParis non sia l’hashtag del momento ma un invito a non dimenticare

Sono passati pochi giorni dai fatti di Parigi, che lasciano sgomenti e senza parole. Sopraffatti dalle emozioni, le domande si accavallano nel vano tentativo di trovare un senso. Le parole non possono esprimere quel sordo dolore che lasciano le esecuzioni di centinaia di innocenti. Persone ignare che quello sarebbe stato il loro ultimo concerto, la loro ultima cena al ristorante. Vite stroncate o segnate per sempre: una notte difficile da dimenticare per coloro che c’erano e per le loro famiglie.

Un tale atto terroristico richiede l’attenzione dell’opinione pubblica, che non manca di emozionarsi, in tutte le sfumature di sdegno, dolore e solidarietà di cui è capace. Le stesse che erano seguite alla vicenda di Charlie Hebdo. Emozioni positive, che ci scuotono dalle nostre tiepide case, ma che durano il tempo di una fiaccolata, se non vengono adeguatamente razionalizzate. La solidarietà non è un hashtag da appuntarsi al petto, come una delle tante mode del momento. L’angoscia, la rabbia, la sfiducia e il terrore che una vicenda simile porta con sé, sono sensazioni che, incontrollate, lasciano inermi e facili prede della distrazione. Così la memoria sbiadisce, va in stand-by finché un altro 11 settembre non lascerà altre ferite insanabili, cogliendoci nuovamente impreparati.

È di queste emozioni che il terrorismo si nutre, edificando il suo potere sul mero e ancestrale istinto umano di  sopravvivenza. L’azione eclatante fa tanto più paura quanto più è organizzata. Il messaggio che lancia, risuona forte e chiaro: “abbiamo il controllo delle vostre vite, perché siamo invisibili”. Nella realtà dei fatti però questo controllo non esiste: la violenta follia dell’attentatore colpisce alla cieca, insensibile. Impaurita. Terrorizzata dalla sua stessa furia.

Resta pur vero che il male è invisibile. Un carnefice non porta incisa sul volto la sua colpa: identificare i responsabili non è un’operazione semplice, come sanno bene le forze dell’ordine. Ma c’è un comune denominatore tra coloro che sono stati identificati come affiliati dell’Isis. Sono giovani. Giovani che hanno smesso di credere e che nascondono questo vuoto dietro un ideale violento, nel nome di un presunto dio della guerra, plasmato per attutire il senso di colpa. Sul volto del carnefice io vedo una sofferenza incontrollata, che trova unico sbocco in un odio ingiustificato e senza confini, che giudica più importante un’idea rispetto a centinaia di vite.

Non lasciamo che lo sconforto acciechi la ragione, identificando la violenza come unica via di uscita o oscurando la prospettiva di un futuro migliore. E che #PrayforParis non sia una solidarietà passeggera ma un monito a non volgere lo sguardo da un’altra parte, arrendendosi al flusso degli eventi. Un monito a non lasciarci mai rubare la speranza.

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…