Attentato alla pace

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Una “nave dell’amore”, come sarcasticamente l’ha definita il premier israeliano Benjamin Netanyahu, o un pericoloso covo di terroristi diretti a Gaza con bombe e fucili? Di questi tempi, come vedete, la temibile psicosi del “terrorista nascosto ovunque” sta continuando a mietere le sue vittime.

Il bilancio questa volta fa davvero rabbrividire: una nave salpa dalla Turchia con un carico di aiuti per Gaza e viene abbordata da un commando israeliano che lascia dietro di sé nove civili uccisi (a bruciapelo, chiarisce l’autopsia sui cadaveri) e molti prigionieri, per fortuna rilasciati dopo qualche giorno. Come reagisce l’opinione pubblica di fronte ad un simile atto di prepotenza?

Proviamo a tracciare brevemente un quadro della situazione.
Israele ribadisce che i civili in viaggio verso Gaza erano terroristi amici di Ha-Mas. La dichiarazione rilasciata da Netanyahu sarebbe confermata dal fatto che i soldati sono stati aggrediti sulla nave da una folla inferocita che ha reagito all’attacco con spranghe e bastoni. Qualcosa stona. Si tratta di terroristi, giusto? Con bastoni e spranghe? Senza kalashnikov? O forse siamo di fronte a persone che reagiscono per legittima difesa? Se erano davvero terroristi, come mai i prigionieri sono stati rilasciati (vi erano anche alcuni italiani)? La dinamica degli omicidi inoltre lascia presupporre una situazione ben diversa: i soldati attaccano, i civili rispondono con armi improvvisate, i soldati perdono le staffe e uccidono con rabbia, senza pietà, a distanza ravvicinata, non essendo preparati ad una reazione sulla nave.

Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sconvolto da quello che ha definito un “vergognoso attacco”,  propone un’inchiesta internazionale, che viene approvata con una maggioranza di trentadue voti. Tra i voti contrari però troviamo quelli dell’Italia e degli Usa. Loro vogliono che l’inchiesta sia interna allo Stato d’Israele, il che in termini pratici equivale a dire che non vogliono alcuna inchiesta obiettiva e imparziale. Tra gli astenuti invece troviamo Francia e Regno Unito, due paesi che il giorno prima avevano criticato aspramente lo Stato ebraico per questo atto orribile. Come se non bastasse l’Iran approfitta della situazione per lanciare la sua jihad politica e la Turchia, ultimo alleato “orientale” di Israele, minaccia la rottura definitiva. Sembra un soggetto adatto per l’ultimo romanzo di Tom Clancy, ma è triste realtà.

In situazioni simili è molto facile perdere la capacità di formulare giudizi obiettivi e non ideologici, tenendo anche conto che tra i difensori della causa palestinese è facile scorgere i residui sempiterni dell’antisemitismo, ma tuttavia non si può prescindere da un’analisi obiettiva della situazione politica sottostante: l’embargo navale (e non solo) della striscia di Gaza imposto da Israele è un chiaro esempio di come il processo di pace diventi sempre più un’illusione, di come lo Stato ebraico rischi seriamente di alimentare nei confronti dei palestinesi una seconda, moderna e disastrosa Shoah. La coesistenza di due Stati sovrani in uno stesso territorio è obiettivamente un’opzione di difficilissima attuazione, specie se i coloni israeliani continuano a rubare pezzi di terra dal territorio palestinese, specie se un muro di 725 km separa chi può ancora sognare da chi vive nei campi profughi, specie se l’unica via d’uscita da questo inferno resta la fuga o il commercio clandestino tramite i tunnel che comunicano con l’Egitto, specie se persino recare aiuto a chi muore di fame e di sete diventa un crimine passibile di condanna a morte.

Ovviamente con questo non si intende giustificare il terrorismo, che resta una delle profonde piaghe del nuovo millennio, ma occorre ricordare che esso trova ampi spazi di azione proprio dove trionfano i focolai di miseria e disperazione e dove persone innocenti perdono la vita per l’assurda paranoia del più forte. Anche quanto è accaduto sulla nave Marmara è terrorismo, ma è quanto di più grave possa succedere in un paese democratico: è terrorismo di Stato.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.