Battlefield V e la donna con la protesi che fa infuriare

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Accuse e polemiche si sollevano sul gioco in uscita, mentre nasce spontanea una riflessione su sessismo, discriminazione ed inclusività

Sono trascorsi pochi giorni dal trailer che ha presentato, in una conferenza targata DICE che ha raccolto migliaia di spettatori su twitch, l’attesissimo titolo Battlefield V.
Il gioco, in uscita il 19 ottobre sul mercato italiano, promette un iperrealismo bellico all’interno delle ambientazioni del secondo conflitto mondiale, riprendendo i marchi di fabbrica della casa produttrice ma apportando numerose modifiche non solo al gameplay, ma anche al concept stesso della saga di Battlefield, che per la prima volta offrirà la possibilità di personalizzare in toto il proprio alter ego, con la possibilità di selezionare anche il sesso femminile. Nel trailer appare infatti numerose volte una ragazza dai capelli ramati, probabilmente un membro della Resistenza, con dei segni blu sul viso ed una peculiare protesi al braccio, che imbraccia la propria arma con vigore dando del filo da torcere ai nemici in campo aperto.

Non è la prima volta che, di recente, la DICE ha introdotto personaggi femminili in Battlefield: nel titolo precedente, Battlefield 1, sono state introdotte all’interno dell’esercito sovietico delle donne impegnate come cecchini nella fanteria, ed è stata selezionata la modella ed influencer Vendelali, apprezzatissima dai fan di casa DICE. L’introduzione di Vendelali nella schermata principale del gioco non ha mai causato eccessive polemiche, ed alcuni membri della community di Battlefield hanno addirittura dichiarato di non essersi accorti che quel soldato dallo sguardo torvo e l’espressività così intensa fosse di sesso femminile.
Le donne-cecchino del DLC “In the name of the Tsar”, inoltre, sono state accolte senza alcuna lamentela, poiché la presenza femminile nell’esercito sovietico è documentata e storicamente riconosciuta: i battaglioni femminili della morte, creati dal Governo Provvisorio della Russia a partire dal giugno del 1917, furono composti da giovani volontarie allo scopo di rivitalizzare un’armata ormai esausta a seguito delle sconfitte patite sul fronte orientale.
È su Battlefield V che, invece, sono letteralmente piovute le accuse: i reclami per “inesattezza storica” sono stati così numerosi che gli stessi produttori del gioco hanno dovuto replicare alle continue lamentele – nel tentativo di porre a tacere chi ha dichiarato di non voler comprare un gioco che di reale oramai non avrebbe nulla – affermando che le donne non verranno escluse dal progetto di Battlefield V ed anzi, saranno offerte agli utenti numerose possibilità di personalizzazione del proprio eroe di guerra, sia esso un uomo o una donna.

Discorsi agghiaccianti che si sono susseguiti su Facebook e Twitter per giorni, non solo nella community  americana, ma anche e soprattutto all’interno di quella italiana, riassumibili in un unico commento che desidero riportarvi, ovviamente senza citarne l’autore:

“Non comprerò sicuramente BFV. Alla DICE stanno dando di matto. Donne nel poster, donne sulla copertina, donne nel gioco… in questo caso anche una donna handicappata, e questo dovrebbe essere reale?! Le donne in guerra stavano in cucina a preparare i panini ai mariti che partivano al fronte, a questo punto sul campo di battaglia schieriamo pure gli storpi, i menomati, i robot, tanto è la stessa cosa”.

Posso assicurarvi che quella che sembra un’opinione abominevole e retrograda non è unica e solitaria, ma è alla base di centinaia e centinaia di commenti quasi incommentabili riguardanti sia le donne, sia i portatori di handicap. Se discutiamo sulla “correttezza storica” del loro inserimento all’interno della seconda guerra mondiale, non ci sono dubbi: entrambe hanno preso parte al conflitto ed entrambe hanno ottenuto risultati che sono rimasti nella memoria dei posteri per generazioni. Richiamerò alla vostra memoria due esempi emblematici, due personaggi, una donna ed un portatore di handicap, che hanno cambiato le sorti del loro Paese.

Ljudmyla Mychajlivna Pavličenko è stata un’abilissima tiratrice scelta sovietica, arruolatasi nell’esercito russo a seguito dell’Operazione Barbarossa e sulla cui storia si è basato il film Resistance – La battaglia di Sebastopoli del 2015. Fu assegnata alla venticinquesima Divisione Fucilieri dell’Armata Rossa, diventando una delle 2000 cecchine sovietiche che parteciparono al conflitto su larga scala, delle quali meno di 500 sopravvissero. Eliminò più di 500 soldati nemici imbracciando un Mosin-Nagant con ottica 3,5: un’arma tanto letale quanto difficile da utilizzare, che la Pavličenko padroneggiò a sangue freddo.Enrico Toti combatté come bersagliere durante la Grande Guerra da soldato irregolare,  poiché privo di una gamba, amputatagli a seguito di un’incidente nella ferrovia in cui lavorava prima del primo conflitto mondiale. Durante la sesta battaglia dell’Isonzo, nell’agosto del 1916, che permise all’Italia di conquistare Gorizia, venne colpito dai proiettili degli avversari austriaci, ma invece di cadere a terra ed esalare il suo ultimo respiro rimase in piedi, lanciando la propria stampella con le ultime forze che gli rimanevano contro la schiera nemica ed incitando i propri compagni a continuare a combattere con onore per la patria. Diventò il simbolo dell’eroismo militare italiano dopo essere stato immortalato in un’illustrazione di Achille Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere.

Il vespaio che si è sollevato su un semplice trailer di soli due minuti non riguarda solamente il sessismo che ultimamente è dilagante, ma ha a che fare con un tema che al giorno d’oggi non può non essere affrontato: l’inclusività. Con l’espressione “inclusività” si sottintende, in questo contesto, la capacità di una determinata casa produttrice di includere come potenziale cliente ogni individuo, a prescindere dal suo sesso, dalla sua condizione fisica, dalla sua sessualità, dalle sue opinioni.Chi compra un prodotto deve avere il diritto di vedere sé stesso rappresentato nel medesimo prodotto, indipendentemente dalla natura del prodotto stesso. Un esempio lontano dal mondo videoludico ma, forse, percepito più vicino alla realtà, è quello della Youtuber afroitaliana Grace On Your Dash, nota per la campagna anti-razzista ed anti-omologante che ha attuato su Youtube puntando il dito contro blasonati brand del make-up, accusati di non includere nei propri cataloghi prodotti adatti ad un incarnato scuro, tipico delle ragazze afroitaliane, facenti parte di una comunità tutt’altro che minoritaria in Italia.

Se il mercato videoludico ha aperto le proprie porte al pubblico femminile, è giusto che esso sia incluso anche nel concept dei giochi stessi: nel momento in cui agli acquirenti di sesso maschile viene data la possibilità di autorappresentarsi con un personaggio del loro stesso genere, è chiaro come la stessa possibilità debba essere data anche alle potenziali clienti ed ai potenziali clienti portatori di handicap.
Dunque, le accuse di “inesattezza storica” si sono rivelate infondate su tutti i fronti, non solo perché l’utilizzo delle protesi era largamente consentito ai soldati al fronte, molti dei quali rimanevano senza un arto proprio durante il conflitto, ma anche perché la presenza femminile è documentata.

È inoltre superficiale affrontare la questione dell’inesattezza in riferimento ad un titolo che da sempre dichiara di essere simulativo e non imitativo poiché, se tutto fosse una mera imitazione di una realtà che nessuno di noi fortunatamente ha vissuto, non vi sarebbero vite infinite, nessuna cura riporterebbe in vita, nessuno sceglierebbe volontariamente di affrontare dieci nemici alla volta riuscendo a sopravvivere grazie ad un’ottima connessione ad internet ed un conflitto mondiale non si risolverebbe in una ventina di minuti ed in una serata di risate in compagnia.