Bianca come il latte rossa come il sangue – Il film

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Un film di Giacomo Campiotti, con Filippo Scicchitano, Luca Argentero, Aurora Ruffino, Gaia Weiss. Soggetto e sceneggiatura di Alessandro D’Avenia e Fabio Bonifacci, tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia. Musiche di Andrea Guerra, con le canzoni dei Modà. Prodotto da Raicinema e Lux Vide, Distribuito da 01 Distribution. Durata 102 minuti. Nei cinema da giovedì 4 aprile 2013.

Il sedicenne Leo è sincero, simpatico, un po’ superficiale. Va dietro a Beatrice, una ragazza dai capelli rossi poco più grande di lui, che probabilmente ignora anche la sua esistenza. Con l’inseparabile compagno di banco Niko e l’amica del cuore Silvia, mette in atto strategie di conquista, che puntualmente falliscono. Poi, quando sembra che sia quasi riuscito a farsi notare, Beatrice si ammala gravemente e tutte le precedenti sicurezze crollano, lasciando Leo spiazzato di fronte alla vita e a se stesso.

Una volta ho ascoltato una lezione di Alessandro D’Avenia sulla scrittura. Diceva che per inventare una storia bastano due parole: “ma…” e “allora…”. “Ma”  esprime l’ostacolo che si frappone tra un personaggio e il suo obbiettivo, “allora” la nuova strada che il personaggio è costretto a prendere, una strada di cambiamento.

Applicando questa regoletta, basta una semplice frase a raccontare la storia di Bianca come il latte rossa come il sangue. Leo è innamorato di una ragazza dai capelli rossi, “ma” lei si ammala, “allora” Leo è costretto a scendere in profondità, scavare dentro se stesso e scoprire che l’amore è un’altra cosa (detto tra parentesi, la storia è ispirata alla Vita nova di Dante Alighieri)

Le buone storie sono come sommergibili: entri dentro e ti portano giù, per farti esplorare abissi che prima non immaginavi. Credo che il successo di questa storia derivi proprio dal lavoro interiore che il personaggio deve fare. Un lavoro che coinvolge temi grossi come il rapporto con Dio, la vittoria sulle proprie paure, l’accettazione del dolore.

L’adolescente Leo è infatuato per questa cascata di capelli rossi che si chiama Beatrice. Una passione travolgente, onnipresente ma tutta costruita dentro l’immaginazione, perché Leo con Beatrice non ci ha mai parlato. In slang giovanile si direbbe che “si fa i trip mentali”: dipinge la sua stanza di rosso, si atteggia a gladiatore sul campo di calcetto nell’illusione che lei lo stia contemplando, scavalca mezzo cinema per comparirle davanti nella scena più romantica di un film, quando “tutte le donne si mettono a piangere”.

Quando Leo scopre che Beatrice è malata, la prima cosa che fa è andarla a cercare con un impeto ardente, quasi con la sicurezza che quello che lui sente, possa guarirla. Ma l’incontro/scontro con la realtà della malattia è impressionante. Il protagonista è messo a nudo di fronte alla crudezza della verità. I capelli rossi di Beatrice non esistono più.

Mi ha colpito la rappresentazione di questo impatto, rende bene lo sconcerto che proviamo quando capiamo che la realtà è del tutto diversa dall’immagine che ci eravamo costruiti.

A questo punto della storia a Leo serve una guida. E sarà il suo “sognatore” supplente di italiano. Nel fargli sputare fuori la rabbia nei confronti di un mondo (e di un Dio) che disillude le sue aspettative, il professore aiuta l’alunno ad attraversare il muro di questo dolore e di questa rabbia. «Tu ce l’hai la forza: tirala fuori!» gli grida, dopo averlo stanato dal bagno in cui Leo si era rinchiuso per abbandonarsi al pianto.

Nasce così la scoperta di risorse nuove e Leo inizia a comporre il mosaico di un’amicizia con Beatrice che ha tutti i colori del vero amore: dialoghi sull’infinito, dettagli di tenerezza,  trovate creative per farla sorridere nell’amarezza del dolore, regalandole un po’ di vita. Leo sta imparando che cosa vuol dire veramente “donare”. Lo sviluppo della storia, passo dopo passo, segnerà l’inizio per lui di una vita nova.

Sono molte le qualità di questo film e alcune sono di quel tipo che è difficile spiegare a parole. Il romanzo da cui è tratto è un opera eccellente, soprattutto perché riesce a trasmettere verità profonde su temi fondamentali senza perdere il senso comico e il tono leggero.

Questo film è un adattamento ben fatto, conserva il cuore della storia pur rivisitando la trama con diversi cambiamenti. Il suo pregio principale sta nel timbro che riesce a tenere. Non scade mai nel melodrammatico, pur regalando molte emozioni. Ha tante gag riuscite, ma non si può definire una “commediola per teenager”. La scrittura è piena di spunti divertenti e che fanno pensare, con molte trovate visive che rendono il significato emozionale dei passaggi della storia: Leo si toglie una maschera da leone mentre i suoi occhi sono inondati di lacrime, una panchina incendiata per decretare la fine di un’amicizia, un incontro di pugilato col prof per riuscire a dire cosa c’è che non va.

Gli interpreti sono azzeccati. Il protagonista Filippo Scicchitano convince. In certe scene tira fuori il meglio di sé (fate caso a come trema di paura sulla porta di casa di Beatrice quando va a trovarla per la prima volta).  Gli intermezzi sul torneo di calcetto e le scene (divertenti e realistiche) di dialogo di Leo con i genitori arricchiscono il quadro, creando nel complesso un film molto godibile. Nettamente al di sopra della media del cinema italiano di oggi. Al di là delle imprevedibili sfide del botteghino (che gli auguriamo di vincere, perché lo merita) ha le qualità per diventare un film che “resta” nel tempo e continua ad avere qualcosa da dire anche dopo la prima visione.