Blue Whale: la sfida del dolore

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Si chiama “Blue Whale” il percorso in cinquanta tappe che conduce dritti al suicidio, sintomo della solitudine e del nichilismo che intossicano e soffocano la contemporaneità.

Prima c’è stato il “KO Game”, veniva dall’America e sfidava i partecipanti a stendere un ignaro passante con un pugno in faccia. Poi dall’Australia è arrivata la “Nek Nomination”, la sfida alcolica che esortava i nominati a bere tutto d’un fiato un bibitone alcolico, in alcuni casi letale. Oggi la nuova “moda” dell’orrore si chiama “Blue Whale” ed è un percorso in cinquanta tappe che conduce dritti al suicidio.

Nato in Russia, dove ha già mietuto più di 150 vittime (a quanto dicono le stime più recenti sui quotidiani), il “gioco” si è diffuso rapidamente ed è arrivato anche in Italia: sono già diversi i casi di giovani salvati da amici, parenti o adulti che si sono accorti in tempo di quale tunnel mortale avessero imboccato. Se già sembrava assurdo divertirsi tirando pugni in faccia alle persone per strada (in alcuni casi provocandone la morte), se già sembrava folle l’idea di rischiare il coma etilico per bere alla goccia un cocktail di veleni, questa nuova trovata non dà solo i brividi, ma lascia senza parole, senza fiato, senza risposte.

Come le balene si lasciano trasportare a riva, dove si spiaggiano e trovano la morte, così centinaia di adolescenti si tuffano in questo flusso mortale, lasciandosi condurre, passo dopo passo, al centro di un oceano di dolore e solitudine, nel gorgo dell’oblio. E se qualcuno pensa che l’autolesionismo sia un impulso irrazionale, si troverà spiazzato di fronte a un percorso architettato nei minimi dettagli, frutto di una mente lucida e spietata. Non a caso pare che l’ideatore sia un giovane studente di psicologia.

Ma come funziona dunque? Si inizia contattando un tutor, o curatore, che accompagnerà la balena, la vittima, lungo tutto il percorso. Cinquanta tappe in cinquanta giorni, per ognuna viene richiesta una foto o un video di conferma da inviare al curatore: si inizia con tagli su mani, braccia e gambe, alcuni “liberi” altri con specifiche coreografie da incidere (scritte o disegni), si prosegue con video psichedelici e dell’orrore visti rigorosamente alle 4.20 del mattino, poi arrivano le sfide misteriose, le salite su tetti o gru, fino all’imperativo tanto generico quanto feroce fatevi del male. Per ogni tappa mancata c’è una punizione, fino a che, circa alla ventiseiesima, il curatore dichiarerà alla balena il giorno del suicidio. E il cinquantesimo giorno, la balena salterà da un palazzo, riprendendosi la sua vita.

Difficile commentare un “gioco” simile senza riportare un fiume in piena di domande che si riassumono in un unico quanto disperato “perché?”. Forse l’interrogativo più grave, pensando a tutti quei ragazzi che sono arrivati fino all’ultima tappa, la cinquantesima, rimane questo: possibile che nessuno se ne sia accorto? In Italia, due ragazze toscane sono state tirate fuori dal gorgo rispettivamente da un amico e da un carabiniere, nel comasco tre ragazzine delle medie sono state scoperte da una professoressa, che ne ha notato i tagli sulle braccia.

Per quanto sia difficile pensare a una soluzione che sciolga il nodo, profondo e doloroso, che sta all’origine di questi comportamenti, una prima risposta balza subito all’occhio: la vicinanza, l’attenzione, la cura delle persone che abbiamo attorno. Troppe volte ci siamo lasciati sorprendere dagli atti “imprevedibili” di amici o conoscenti, dichiarando “chi l’avrebbe mai detto? Sembrava una persona normale”. Certo, perché nell’era dei social network, dove siamo tutti in vetrina, abbiamo imparato a nascondere le inquietudini dietro le quinte dei sorrisi, lontano dalle luci indiscrete della connessione e dalla cecità di chi pensa che un like valga tanto quanto un abbraccio o un sincero “come stai?”.

E se da una parte i genitori si chiedono come sia possibile proteggere i propri figli da queste mode nate sul web, i più giovani si lasciano incuriosire, vanno a indagare, si chiedono quali di loro sarebbero capaci di reggere la sfida… disperatamente in cerca di emozioni forti, di un modello o un percorso che li aiuti a dare un senso alla loro vita.

Il blu è il colore della profondità e della sensibilità, ma anche quello della stasi, dell’incapacità di andare avanti, della depressione. Ecco allora come già nel colore si coniugano gli ingredienti essenziali di questa nuova malattia sociale: troppa sensibilità male incanalata, l’incapacità di domare il dolore, un soffocante senso di inadeguatezza che impedisce la crescita, un mare di solitudine che non lascia via d’uscita. C’è solo un antidoto a tutto questo nichilismo. Cerchiamo le bussole che ci portino verso la vita, buttiamo le ancore laddove sentiamo di appartenere, diventiamo le scialuppe per chi è perso nella corrente. Aiutiamo, amiamo, parliamo.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".