Brittany ha perso i momenti più intimi della sua vita

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«Purtroppo, Brittany perderà i momenti più intimi della sua vita – i suoi cari che la consolano durante la sofferenza, i suoi ultimi momenti con loro e il grande mistero della morte – in cambio di un’opzione più veloce e “indolore”.»

Brittany, alla fine, ha deciso di togliersi la vita sabato scorso, come aveva preannunciato; avevamo sperato in un suo ripensamento, il 30 ottobre aveva proprio detto «non m sembra il momento giusto adesso». E invece ieri la notizia – confermata dall’ associazione Compassione e Scelta che lotta per il “diritto” all’eutanasia – che la ragazza americana di 29 anni colpita da un cancro in fase terminale è morta. Non entreremo nel merito della bontà di associazioni che di compassione, in realtà, sanno ben poco e che sfruttano occasioni come queste per portare avanti le loro battaglie disumane, ma leggiamo insieme parti di una lettera di un giovane americano che conosce bene ciò che provava Brittany – essendo anche lui malato di cancro al cervello – ma che ha scelto invece di combattere contro la sua malattia e non perdere i momenti più intimi della sua vita.

Lettera di Philip Johnson, seminarista cattolico di 30 anni affetto da cancro al cervello come Brittany. Traduzione di Tempi.it. 

La scorsa settimana mi sono imbattuto nella straziante storia di Brittany Maynard (…). Mi ha davvero colpito perché mi hanno diagnosticato un cancro al cervello incurabile molto simile nel 2008 quando avevo 24 anni. (…) La media di sopravvivenza secondo la maggior parte degli studi è di 18 mesi, anche dopo chemioterapie e radioterapie aggressive. Avevo molte speranze e molti sogni che in un attimo sono sembrati svanire (…).
Mi hanno diagnosticato il cancro durante il mio secondo dispiegamento in Marina nel Golfo arabico del nord . (…) Ricordo che quando ho visto al computer le immagini del mio cervello sono andato nella cappella cattolica della mia base e sono caduto a terra piangendo. Ho chiesto a Dio: “Perché proprio io?”. Il giorno dopo sono tornato negli Stati Uniti per curarmi. Dopo alcuni mesi di radio e chemioterapia, ho lasciato la Marina e sono entrato in un seminario cattolico, vocazione che sentivo da quando avevo 19 anni. (…) Spero di diventare diacono in primavera e sacerdote tra un anno.
Ho vissuto sei anni di costante tumulto, crisi e tormenti. (…) Come Brittany, non voglio morire né voglio soffrire per le probabili conseguenze di questa malattia. Penso che nessuno voglia morire così. (…) Secondo i medici, perderò gradualmente il controllo delle mie funzioni corporee, potrei soffrire la paralisi e l’incontinenza, ed è molto probabile che le mie facoltà mentali si annebbieranno e mi porteranno ad avere le allucinazioni prima di morire. Questo mi terrorizza, ma non mi rende meno umano. La mia vita ha ancora un significato per me, per Dio, per la mia famiglia e i miei amici e salvo guarigioni miracolose continuerà ad avere un significato anche dopo che resterò paralizzato in un letto di ospedale. La mia famiglia e i miei amici mi amano per quello che sono, non solo per quei tratti della mia personalità che lentamente la malattia si porterà via.
Ovviamente, ho vissuto più di quanto mi sarei aspettato. (…) Ci sono stati momenti negli ultimi sei anni in cui ho desiderato che il cancro crescesse e mi uccidesse velocemente per allontanare la mia mente dalla sofferenza e dalla tristezza. (…) Ma dentro di me sapevo che questo approccio è inutile. La malattia è diventata parte di me e anche se non mi definisce come persona, ha cambiato ciò che sono e ciò che sarò.

(…) Anch’io, come la madre di Brittany, all’inizio ho sperato nel miracolo. (…) Ora però capisco che “miracolo” non significa per forza guarigione immediata. Non moriremmo forse comunque più tardi per altri motivi? (…) Ogni giorno di vita è un dono e i doni possono essere tolti in ogni momento. Chiunque soffra di una malattia terminale lo sa molto bene.

(…) Ho capito che la sofferenza fa parte della condizione umana e non deve essere sprecata o tagliata via per paura di perdere il controllo.

(…) Il momento che vive Brittany è duro ma la sua scelta non è coraggiosa (…) perché nessuna diagnosi giustifica il suicidio. (…) È una tentazione comprensibile (…) ma porta a evitare un’importante realtà della vita. (…) Purtroppo, Brittany perderà i momenti più intimi della sua vita – i suoi cari che la consolano durante la sofferenza, i suoi ultimi momenti con loro e il grande mistero della morte – in cambio di un’opzione più veloce e “indolore”, più concentrata su se stessa che sugli altri.

(…) Possa Brittany capire che la amiamo prima che si suicidi e che se sceglie di combattere questa malattia, la sua vita e la sua testimonianza saranno un incredibile esempio per le innumerevoli persone che sono nella sua situazione. Sicuramente lo sarà per me, che continuo a combattere contro il mio cancro.

Cogitoetvolo