Buongiorno America, come stai?

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La democrazia ha vinto, anche questa volta. Certo, sarà contaminata di populismo, rabbia, crisi, paura: fa male accettarla, ma fa più male non averla.

Parte prima: il risveglio.

La mattina del 9 novembre, a casa mia, è una mattina come tante. Odore di caffè, raggi di sole che tentano di farsi strada attraverso le persiane quasi serrate, e io che cerco di venir fuori da un groviglio inestricabile di coperte e cuscini. Non chiedetemi l’ora, ovviamente.

C’è chi riesce a carburare solo con un’overdose di caffeina, chi ha bisogno della sua radio preferita (che non sia Radio Margherita, possibilmente) e chi, invece, prende in mano lo smartphone e la sua vita. Non sono un nativo digitale, proprio per niente, ma ho un vitale bisogno di sapere costantemente cosa accade intorno a me: una cronaca minuto per minuto, stile finale dei Mondiali durante un matrimonio. La mattina ho bisogno di connettermi con il pianeta Terra, ancor prima che con Whatsapp.

E allora… mi connetto. C’è un non so che di tragicomico ad aprire la versione online de La Repubblica e scoprire che ha vinto un repubblicano. E non uno qualsiasi, stile Romney o McCain, ma un “personaggio” come Donald Trump: ricco, potente, velatamente razzista e (neanche troppo velatamente) misogino.

Parte seconda: la colazione.

Bei tempi quando le notizie si leggevano sui giornali, e si aveva il tempo di vederle da lontano, avvicinandosi all’edicola. La vita continua, però, e davanti a una bella tazza di latte freddo e cereali integrali, cominciano le riflessioni.

Chi se lo aspettava? Uno dei due uomini più potenti del mondo ha un debole per le armi, per i muri divisori, per Mussolini; odia i messicani e odia le donne che non abbiano mai calcato le passerelle. Ah, l’altro è Putin…

Mi rendo conto in quel momento della impellente necessità di una canzone, qualche verso per suggellare un momento intensamente indimenticabile, il primo nella storia americana dopo la fine dei Bush e l’avvento di Obama. Sono indeciso, e allora faccio partire Arlo Guthrie nel mio arrugginito juke-box mentale: “…good morning America, how are you?”. Non basta, ci vuole qualcosa di più forte della migliore rivisitazione esistente del grande classico di Steve Goodman.

E quando non sai cosa dire, ci pensa Springsteen, il Chuck Norris del rock, direttamente dalle Badlands del New Jersey: “…poor man wanna be rich, rich man wanna be king. And a king ain’t satisfied till he rules everything”. Lezione di musica e di storia, come sempre.

Parte terza: la digestione.

La prima digestione inizia in bocca, amavano ripetere le maestre descrivendo nel dettaglio quella poltiglia informe chiamata bolo. A forza di masticare, allora, è più facile metabolizzare.

La democrazia ha vinto, anche questa volta. Certo, sarà contaminata di demagogia, populismo, rabbia, crisi, paura: ma è pur sempre democrazia. Fa male accettarla, ma fa più male non averla. E allora no, Hillary non farà mai quello che Donald aveva paventato: non volterà le spalle al risultato finale, ma chiamerà lo sfidante per congratularsi con lui e augurargli buon lavoro. Come dite, l’ha già fatto? Pochi minuti dopo l’ufficialità? Ovvio: questa è la democrazia. Questa è l’America.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.