Cantautori, a tu per tu con Dio

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Articolo di Roberto Vecchioni(*)

In musica, nella grande musica (dalla polifonia medioevale all’Ottocento), Dio è stato celebrato con afflati e trasporti spirituali che sfiorano il sublime (si pensi a Monteverdi, a Palestrina, ad alcune insuperate romanze) ma ne è venuto fuori sempre un Dio astratto, lontano, temuto e adorato, incapace di interagire col mondo, alto e inaccessibile.

Anche nella poesia, nella grande poesia, Dio è vissuto nell’icona che lo vuole e lo trasmette universale, Dio di popoli, di nazioni o di umanità tutta, mai o raramente dall’uomo, del singolo, mai o raramente con una voce, un viso, delle mani, delle parole. E anche quando tutto ciò è in parte avvenuto (penso all’originalità di Prévert, ma ai surrealisti in generale) sempre stragrande, immenso, imbattibile, amato o odiato che fosse, su un altro piano, mai a tu per tu. Poi ci sono le eccezioni. Padre Turoldo, Madre Teresa. E forse proprio da queste eccezioni sono partiti i cantautori, per parlarne. Perché il Dio dei cantautori non è immenso, non è irraggiungibile, al contrario è un Dio con cui si parla, si litiga, si blatera, si chiede perdono a tu per tu.

Un Dio che arriva nella canzone d’autore coi grandi autori di fine anni ’60, primi ’70: De André, Guccini, Gaber. Nel ’65 Guccini scrive Dio è morto. Nello stesso anno, con tutt’altro piglio, Celentano interpreta Pregherò, che si può dire il perfetto opposto del buio gucciniano.

Pregherò è una canzone immediata, facile e anche furba di fede. «Non puoi odiare Dio perché non puoi vederlo, ma c’è». Verso che presuppone una cecità spirituale ma anche probabilmente fisica con conseguente rancore nei riguardi del destino: l’escamotage religioso di Celentano è elementare: io con il mio amore ti farò vedere Dio. Differente anni luce è l’impatto di Guccini con Dio è morto: intanto in lui Dio è metafora del dolore immenso che sconquassa il mondo, della perdita dei valori, delle guerre, della fame, della miseria e quant’altro. Non è quindi Dio in sé ad essere morto, bensì la società tutta che confonde il male con il bene, non conosce più limiti, non ha più nessuna pietà.

A dare voce allo scontento e all’incertezza umana arriva nel ’67 De André (con Spiritual e Si chiamava Gesù) col suo Dio-uomo da una parte e il suo uomo incolpevole dall’altra, temi che tre anni dopo esprimerà in senso più ampio ne La buona novella. Altra storia è in De André: lui sì che prende e subito una posizione. L’afflato di Fabrizio è fortemente, tortuosamente terreno, è l’uomo il centro morale, il valore primo dell’universo; ogni cosa parte dall’uomo e nell’uomo ha il suo epilogo. Ma De André crede in Dio? Parrebbe di no. Dio è invenzione del potere per avere la scusa di comandare in suo nome e giustificare a suo nome ogni bassezza.

La splendida Preghiera in gennaio (dedicata al suicidio di Tenco) è una specie di sommario delle certezze di De André, che non sono così «laiche». Per lui non esiste l’inferno, Dio accoglie chi ha sofferto (anche i peccatori) e, fondamentale, Dio ascolta gli uomini per aiutare gli uomini. Non solo Preghiera in gennaio è un capolavoro, ma mi pare nella sua non laicità, nel suo sfondo eretico un atto di fede ancor più forte di mille lodi al creatore. È evidente che De André fosse affascinato dal sospetto dell’esistenza di Dio, ma lo immaginò uguale identico al suo sentire, senza stare a seguire bibbie e vangeli.

E infatti nemmeno i Vangeli canonici seguì. Nella Buona novella a De André non interessa celebrare la venuta di Dio sulla terra. A lui preme dimostrare come un uomo straordinario abbia insegnato al mondo la pietà e, attenzione non il perdono, la pietà. Si perdona infatti solo chi ha colpa e se ne pente, ma nell’universo di Fabrizio, l’uomo non è responsabile del male, o ci nasce in mezzo o se ne difende, come nel sublime Testamento di Tito.

Contestuale anche se fortemente politico, caustico, graffiante è il Gaber dell’80 (Io se fossi Dio), che stila in effetti un panorama definitivo delle bassezze di questo mondo, augurandosi l’avvento di un Dio vendicativo e punitore. Gaber rivolgendosi direttamente al creatore aveva già scritto nel ’70 una bellissima “preghiera”, il cui tema (guardar giù anche tra gli scontenti, i disgraziati, gli operai) riprenderà De André in Smisurata preghiera» e si era divertito (e qui l’ironia è tutto) in una bizzarra Madonnina dei dolori del ’72 fuori dalla norma perché ai grandi problemi metafisici oppone le sue minuscole fastidiosissime disgrazie di uomo comune.

Io se fossi Dio è una valanga di citazioni, sottintesi e no, un torrente di invettive, di gridi liberatori, di offese, un mix alla Savonarola, insomma. Ovviamente anche qui Dio è un ruolo una scusante una maschera, ma a differenza di De André, Gaber a Dio ci crede eccome, e sotto sotto spera che prima o poi intervenga per punire questo letamaio. Tra le righe si evince che nella sua disamina Gaber lascia intendere che forse è così che deve andare: l’altro Dio quello vero, permette tutto quello che lui non permetterebbe ma avrà bene le sue ragioni anche se inarrivabili e oscure.

Negli anni ’70 non possiamo fare a meno di citare l’altra storia del mondo, così minuziosamente complessa, fascinosamente darwiniana che ci presenta Lucio Dalla in Com’è profondo il mare. Il tema di fondo è la storia del pensiero libero umano soffocato dall’ignoranza e dalla prevaricazione evidenti nelle ultime due strofe dove chi comanda, non potendo eliminare il male (metafora del progresso popolare) lo brucia lo uccide lo umilia. Non erano tempi quelli di salamelecchi e sviolinate, oggi a distanza di trent’anni Dalla, come molti d’altronde, si è chiamato fuori, ha sepolto nel passato la sua vena contestatrice e provocatoria e si è trovato a consacrare e legittimare la presenza e le ragioni di Dio nel mondo (come nel brano Inri).

D’altronde questo rendez-vous con la fede pare che oggi sia una tappa quasi obbligatoria per molti cantautori, da Baglioni a Jannacci a me stesso, quasi che «tirare i remi in barca» abbia bisogno di una giustificazione, di un alibi che faccia da solido contrappeso. Bisogna considerare che una gran parte di cantautori crede in Dio ma non sopporta l’istituzione terrena che lo rappresenta.

E se Bennato se la prende con il papa cattolico (Affacciati affacciati, contro Paolo VI), Franco Battiato (’79) punta in ben altra direzione. A un suo immaginifico e totale spiritualismo che va oltre la riduttività e il particolarismo culturale appunto di qualsiasi rivelazione. E così fin dagli esordi gli piace giocare con un universo non contenibile nel ristretto cerchio della carità cristiana, ma individuabile e decifrabile (in un mare di simboli) in un contesto ben più ampio dove egli si muove e si esplica tra misticismi orientali e nozioni sufi, con vaghe parentele nel mondo musulmano e arabo in genere.

Agli inizi degli anni ’80 si torna per così dire alla tradizione con Renato Zero e Vasco Rossi, appena prima del grande silenzio che durerà fino agli anni ’90. Vasco in Portatemi Dio (dell’83) è già uguale a se stesso coerente con il suo personaggio provocatorio e blasfemo, crudo, granitico, cialtrone e coraggioso.

E siccome è Vasco Rossi fa quel che nessuno aveva mai tentato, se la prende direttamente con Dio quasi che costui fosse un divertito torturatore delle sue creature, intimandogli senza pudori di presentarsi in giudizio e attribuendosi il potere di giudicarlo. Vasco non se la prende con Dio per le ingiustizie e i dolori dell’umanità, bensì solo per le colpe che il Signore avrebbe nei suoi confronti («Gli devo raccontare la vita che ho vissuto e che non ho capito a cosa sia servito») che è poi una tacita scusante, un giustificativo ai suoi eccessi, ai suoi anticonformismi. Zero (che canta Potrebbe essere Dio, si badi bene al condizionale) ritaglia un brano intenso e profondo senza andare a cercare metafore alate e volando basso e convincente con esempi di tutti i giorni.

L’assunto in fondo è lo stesso in cui ci siamo più volte imbattuti, ovvero l’erronea propensione degli esseri umani a mitizzare piaceri fuggevoli, a mercificarsi, a ritenere indispensabili e imperdibili oggetti di tutti i tipi, false immagini di illusoria felicità. Gli anni ’80 sono muti con Dio, a meno che non adombri qualcosa quel Ci vuole un’altra vita di Battiato del 1986. I motivi di questo silenzio sono ovviamente culturali. Sono anni in cui parecchi cantautori, anche storici, cambiano faccia o si rivolgono ad altro; molti di nuovi si affacciano sulla scena, ma non hanno ancora né la voglia né il carisma per misurarsi in tal senso.

Negli anni Novanta, invece, parlar di Dio sarà sempre più frequente. Meglio se in dialogo a due con il Creatore. A parte alcune eccezioni, negli anni ’90 e ancor più nei 2000 si invertirà la percentuale tra invettive e preghiere a favore di queste ultime. Una delle più belle pagine di ricerca lessicale e letteraria resta sicuramente Qui Dio non c’è di Baglioni da Oltre del ’90. Vi si affronta mancanza (e il bisogno) della fede. Nasce un filone nuovo, al quale appartengono anche brani “minori” come Dio c’è del ’92 di Mia Martini e il suo esatto contrario Dio non c’è di Marco Masini del ’93. Il 1993 è anche l’anno di un’intensa Ave Maria, portata al Festival di Sanremo da Renato Zero. Da rilevare che quando la Madonna appare in canzone fa sempre figure superlative: la sua immagine è accompagnata da un senso di rispetto generale quasi fosse un’icona intoccabile, da non mettere in discussione, al contrario di Dio. Tutto ciò fa parte di un transfert spiegabilissimo. La Madonna non comanda e non impone, è l’eterna madre e quindi la dolcezza del mondo e nel mondo.

Su questa lunghezza d’onda troviamo la Madre dolcissima di Zucchero che è una sintesi dedotta e modernizzata dalla versione canonica degli Aquero. Nel 1994 resta da segnalare una inusuale incursione di Gino Paoli nell’ambito religioso. Già dal titolo Il Dio distratto si desume l’argomento: le cose non vanno bene perché Dio non è molto attento. Notare la sottile differenza con altre canzoni.

Qui Dio non è cattivo o sadico, e non è neppure uno che non deve spiegarci niente perché lui sa e noi no. Dio è solo distratto, il che ci riconduce ad un Paoli illuminista e voltairiano, Dio è il grande orologiaio. Al dialogo diretto col Supremo appartengono Un giorno un sogno di Antonacci e Hai un momento Dio di Ligabue. Il dialogo con Dio diretto a botta e risposta è cosa impervia e rischiosa.

L’escamotage per renderla credibile sta nell’abbassare Dio a livello umano, farlo parlare e agire come un uomo, altrimenti tutto diventa grottesco. Il brano di Antonacci parte bene e poi si sfilaccia, finisce cioè nello stereotipo della donna che non torna e si deprezza ancor più con due versi finali a tarallucci e vino.

Ligabue, nella sua semplicità, mi sembra invece più consistente. L’approccio all’Eterno è più immediato e consequenziale, molto discreto, riverente e la domanda non è poi di quelle che ci vogliono anni e pagine per rispondere: «Io sono un bravo ragazzo, vuoi incontrarmi almeno per un attimo?». Gli ultimi quindici anni sono un andare e venire di argomentazioni, soliloqui, variazioni su tema che non possono essere assemblati o incasellati in categorie.

C’è di tutto: dalla farneticazione geniale di Battiato ne L’esistenza di Dio, dove la scienza seziona e ricuce per cercare anima e tracce di sopravvivenza nell’uomo, all’ironia nemmeno troppo nascosta di Paola Turci in Ringrazio Dio (testo invero criptico dove la solitudine si mischia e si confonde come i soggetti) che quasi implora nuove prove e nuovi dolori per movimentare questa valle di lacrime; all’ennesimo dialogo (stavolta indiretto) di Finardi con Dio, dove l’umanizzazione è chiaramente proposta come un ipotesi (Se Dio fosse uno di noi).

Non c’è solo l’umanizzazione di Dio, ma anche lo scambio di ruoli: è Dio a soffrire e l’uomo a commiserarlo. E arriviamo all’Agnello di Dio di De Gregori, brano complesso, sfuggente, qua e là ostico, faticoso da intendere. Di certo c’è che la figura dell’agnello desunta dal Vangelo assume un significato molto più ampio di quello comune.

L’agnello è sacrificale e De Gregori ci illustra una galleria di esistenze illuse, comprate, deteriorate dalla civiltà del benessere «che tutto consuma, compreso l’amore». Lacerante pessimismo che nega un qualsiasi piano provvidenziale finale, Dio non abita da queste parti. Del ’96 è pure Oggi un Dio non ho di Raf, altra temperie ovviamente di minore profondità.

Anche qui Dio è metafora di una strada ,di un indirizzo di vita di, un percorso chiaro da scegliere  per arrivare a un fine. Il cantautore però sembra aver perso almeno momentaneamente la bussola. Oggi un Dio non ho è un esempio di crisi, di accecamento, di buio momentaneo, accidente piuttosto comune nei credenti e quindi fonte di identificazione per chi ascolta. Chi invece crede e fa la lista dei suoi buoni propositi e delle sue buone azioni per accattivarsi Dio è Ruggeri nel Padre nostro 1989 Ma il brano è convenzionale, scontato e gli accenti musicali impongono una metrica obbligata che lo raffredda tantissimo. Ben altro spessore, e ben altra altezza di ispirazione ne Un Dio che cade di Gianna Nannini.

La canzone è di una consequenzialità perfetta, dall’attesa alla speranza di felicità, che poi dovrebbe essere il fine ultimo di tutti gli uomini. L’attesa, sacra e umana assieme, è quella non di un Dio che scende e si fa vedere ma di un Dio che cade e quindi riconosce le possibilità di errore delle sue creature: cade appunto come loro. Nel testo anticonformista brillano le locuzioni usate dalla Santacroce (l’autrice) per un finale che annuncia dolcezza e rifugge dall’orrore del tuono: eccola dunque la speranza, quella di un mondo senza colpe. Tre versi dicono molto di più di un saggio intero e Fossati (in Baci e saluti del 2006) li segna ad epigrafe su di un testo straordinario vissuto all’ombra e in parallelo con i grandi poeti sudamericani di cui conosce anima e sintassi.

«Posso nascondermi aspettando che ritorni / tutto quel vuoto stellato/ dove a Dio piace improvvisarsi pescatore». Ma la voce più certamente più originale, più singolare che si eleva a cantare il rapporto con una sacralità presente e intangibile, ma comunque chiamata a significare la speranza è quella nel 2006 di Vinicio Capossela in Ovunque proteggi. Non esiste nessuna preghiera, nessun «a tu per tu» in questi anni che arrivi così decisamente e direttamente al Signore, come questa voce laica e sprovveduta, peccatrice, deviata dagli eventi, ma pregna di una fede tra disperazione e sogno. Capossela porta il dialogo a due all’estrema essenzialità – valore del lirismo – ed è cantore graffiante della sua anima in questo estremo rivedersi e risolversi nel bisogno spasmodico non di doni o facilitazioni, non di conquiste o miracoli, ma di tenerezza divina, di aiuto ora e sempre, in una parola di protezione.

L’ambiguità è evidente: Dio è quasi assimilabile a una persona umana (a un padre, a una donna) che comunque ci sia, sia pronta a prendere le sue difese sempre (ovunque proteggi la grazia del tuo cuore); ma è straordinariamente pulsante ed emozionante il desiderio dolcissimo che Dio o chi Capossela voglia investire di tale potere sia la conditio sine qua non per continuare a vivere e credere. Questo sghimbescio, questo sfogo fuori norma, questo mascherare una fede per creare amore resta una delle invenzioni più riuscite a significare un rapporto possibile con il Signore.

Volutamente ho saltato dall’indagine temporale (che non è probante) un brano di De André da Anime salve, e cioè Smisurata preghiera. L’ho fatto perché penso si tratti di un compendio generale di quasi tutto quello che abbiamo analizzato e perché oltre ad essere un capolavoro assoluto la possiamo usare per tirare le fila, per abbozzare una conclusione ovviamente momentanea, dato che una definitiva non credo sarà mai possibile.

Per Smisurata preghiera De André ha preso spunto da Il gabbiere di Álvaro Mutis, poeta sudamericano, ricostruendo in versi una summa che vale da suo testamento spirituale. Il De André di sempre, alto, altissimo a difendere la debolezza coerente e minoritaria continuamente offesa contro la maggioranza che non lascia spazio a chi esce dal cerchio e dai limiti; è il De Andrè di Villon, dei due ladroni, del Fiume Sand Creek, del suo lontanissimo Piero, il De André percorso da un fuoco di sdegno e da un vento di dolcezza che si confondono e ci ammaliano sino alla commozione. Il solito Faber sì, ma sul finale ecco la sorpresa, ecco quel rivolgersi umile e disperato a Dio (credere per sopravvivere), implorandolo di salvarli tutti questi «servi disobbedienti» troppo sfortunati in vita per patire anche dopo la morte.

Gli ultimi nove versi, poi, sono un capolavoro nel capolavoro: è come se tutto il dolore, tutta la miseria del mondo si fossero concentrati in quell’attimo nella sua penna: «Non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti», è così sino ai quattro colpi finali, parattatici rispetto a quelli centrali, anche se di segno e significato opposto: Fabrizio si fa suggeritore a Dio, giustificandolo (anche Lui) come ha fatto con tutti e sempre, ma lo mette di fronte alla pietà che proprio Lui non può tradire, lo incatena al patto con la sua divinità fatta di misericordia.

 

(*) Articolo tratto da Avvenire.it

 

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