Caro Leon

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Due occhi scuri mi fissavano attraverso la patina oleata della fotografia. Occhi grandi e profondi. Occhi da bambino. Lo sguardo vivace illuminava l’ovale del viso e il sorriso ne accentuava la delicatezza. Una maglietta chiara e un paio di pantaloncini corti infagottavano il corpo esile. Notai la larghezza della maglia, sicuramente di due taglie più grandi del dovuto. Mi colpì la magrezza delle gambe. Mi ricordavano vagamente gli arti dritti e levigati di un Pinocchietto in legno, comprato anni prima in un mercatino d’artigianato.
Una sera i miei genitori invitarono me e mio fratello a sederci sul divano, accanto a loro. Mia madre sfilò da una busta la fotografia e ce la mostrò.
Così conobbi Leon.

Le insegnanti della scuola materna di mio fratello avevano proposto alle famiglie un’iniziativa di solidarietà, in vista dell’imminente Natale: aderire al progetto di adozione a distanza promosso dall’associazione Amici dei bambini della Colombia. Avevano invitato i genitori a un incontro informativo con i volontari dell’associazione. Mia madre mi disse che ormai ero grande e che avrei potuto  partecipare anch’io. Sarebbe stata una buona occasione per conoscere una realtà diversa dalla mia. Ci andai. Era il dicembre del 2006; avevo nove anni.
Ines, una volontaria dell’associazione, ci mostrò delle diapositive. Un susseguirsi di visi e luoghi, immagini di strade fangose, di interni di abitazioni fatiscenti, di una scuola in costruzione. Ero grande, ma forse non abbastanza. Non riuscivo a capire perché i bambini non avessero giocattoli, perché i padri venissero uccisi per strada dal cartello della droga, come le madri potessero abbandonare i figli. Non riuscivo a comprendere come quelle persone avessero ancora voglia di sorridere. Mi venne in mente il sorriso di Leon.

Si parlò anche di lui. Aveva quattro anni, era il penultimo di cinque fratelli. Un giorno il padre non aveva più fatto ritorno a casa, probabilmente vittima di una banda locale. Una delle tante morti bianche che in Colombia cadono nell’oblio. La madre sbarcava il lunario svolgendo lavori domestici nella città di Cali. Per raggiungere il luogo di lavoro percorreva ogni giorno dodici chilometri a piedi. Si svegliava all’alba e tornava  a notte inoltrata. Leon veniva affidato alla sorella maggiore di dodici anni.
I miei genitori si intrattennero a parlare con la signora Ines. Non vedevo l’ora di tornare a casa. Mi dissero che avremmo potuto adottare Leon, che per noi sarebbe stato un “fratellino lontano”. Ma quel “lontano” per me era un abisso, una misura a cui ero incapace di attribuire una dimensione. Per la strada manifestai tutti i miei dubbi. Mia madre mi disse che Leon, al risveglio, vedeva il mio stesso Sole e che la sera sorrideva alla stessa Luna che vegliava i miei sonni, ma in un’altra fetta di mondo. Mi risultava difficile crederci: non vivevamo sotto lo stesso pezzo di cielo.

Entro Natale vennero ultimate le pratiche dell’adozione a distanza di Leon. Ogni mese ricevevamo sue notizie, a volte una fotografia. Quando la signora Ines tornava dalla Colombia ci aggiornava sui suoi progressi: andava a scuola, mangiava alla mensa dell’oratorio, frequentava il doposcuola.
Qualche settimana fa ricevemmo una lettera. Era di Leon. “Cara madrina e caro padrino, ho imparato a scrivere un po’ di italiano … volevo dirvi grazie per le cose belle che fate per me.” C’era anche una fotografia. Leon era in piedi, davanti alla scuola. Sorrideva.
Sorrisi anch’io. Per la prima volta conoscevo Leon.
Mi sentivo felice, di una felicità senza strepiti ed euforie, che invade l’animo con la sua leggerezza inebriante.

Se penso a quel lontano dicembre, mi vergogno del mio egoismo. Ma oggi è un altro dicembre, un altro Natale. Sto iniziando a comprendere quanta verità ci sia nell’affermazione “il dono rende più ricco chi lo fa che chi lo riceve”; finalmente assaporo gli effetti di un dare che non priva ma arricchisce.
C’è un unico Sole che ci riscalda e una sola Luna che accompagna i nostri sogni. Ora so che il cielo è una coperta abbastanza grande per accogliere tutti e che tutti hanno il diritto di beneficiare del suo calore avvolgente.

Grazie a te, Leon.

Articolo scritto da Chiara Gramaglia

Cogitoetvolo