Carta canta

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Viaggio all’indietro nel tempo alla riscoperta di un’invenzione

Un caminetto acceso, una poltrona accostata al focolare: un libro aperto fra le mani e una pagina stretta tra le dita, mentre gli occhi corrono di riga in riga…

Quanti ancora immagineranno questa scena, quando il digitale si sarà perfettamente affiancato alle copie cartacee delle nostre opere preferite?
Già abbiamo dimenticato molto, sui supporti scrittori: siamo abituati a dare per scontato che si legga qualcosa di stampato sulla carta, o scritto a mano su di essa.

Eppure, in un tempo molto lontano, questo materiale non esisteva. Si dipingeva sulle pareti di una caverna; si tracciavano ideogrammi su legno di bambù o pezze di seta; si vergavano codici in pergamena, mentre in Egitto ancora si fabbricano fogli di papiro per visitatori di varia nazionalità… E l’elenco potrebbe continuare. I romani scrivevano su tavolette di cera, gli ittiti sull’argilla, la Sibilla Cumana vergava i suoi oracoli su foglie destinate a disperdersi al vento – e in India qualcuno l’ha imitata, scribacchiando profezie su foglie di palma.

La carta, questa sconosciuta”, verrebbe da dire. Non foss’altro che persino in natura c’è un insetto che la conosce da molto più tempo degli uomini: la vespa. Alcune specie di vespe, infatti, costruiscono nidi a partire da fango e cellulosa, manipolando ad arte le fibre vegetali per ricavarne un’elaboratissima ed elegante casa (che nessuno vorrebbe ospitare nel proprio giardino, ma tant’è).
È molto probabile che proprio dall’osservazione della natura i cinesi abbiano tratto spunto per cercare di fabbricare qualcosa di analogo, che fosse più leggero e maneggevole rispetto ad un rotolo di pesanti listelle di bambù: ciò avvenne nel 105 d.C., ad opera di Ts’ai Lun, eunuco della corte imperiale.
… O così vogliono le cronache (e le leggende) d’Oriente, che ammantano l’evento con un nonsoché di antistorico. Si dà il caso, infatti, che il più antico frammento di carta a noi noto provenga realmente dalla Cina, ma sia stato ritrovato negli anni ’80 del secolo scorso a Fangmatan, nella provincia del Gansu. Sul petto di un uomo morto e sepolto due secoli prima che Ts’ai Lun nascesse.

Questo luogo, peraltro, non dista molto da Dunhuang, una città situata lungo la celebre Via della Seta e nota all’UNESCO per via dell’esteso complesso di templi buddisti che vi si trova: conosciuti come “grotte di Mogao”, questi luoghi di culto da tempo dimenticati vennero riscoperti e successivamente esplorati da molteplici spedizioni archeologiche, alcune più fruttuose di altre. In particolare, nel 1907 Aurel Stein traghettò al British Museum un consistente numero di testi ivi conservati, compresa la Sutra di Diamante – il più antico esempio di testo a stampa che rechi la data di fine stesura, risalente all’11 maggio dell’868 d.C. Si tratta di una xilografia in copia unica, posseduta ad oggi dalla British Library: prima di essa ci sono pervenuti soltanto frammenti di testi di questa tipologia, il che rende il reperto ancora più prezioso (per saperne di più, rinvio al link di consultazione della British).

Attraverso la mediazione araba (Baghdad), la carta è lentamente transitata in Europa, raggiungendo la Spagna (Valencia, Jativa) e l’Italia (Sicilia) entro il XII secolo: il documento cartaceo più antico prodotto dal mondo occidentale è redatto in greco e arabo, data 1109 ed è conservato all’Archivio di Stato di Palermo. Perché non troviamo granché in ambiente iberico, dite? Semplice: la Riconquista ha distrutto tutto o quasi, e ciò che si è salvato è ironicamente stoccato alla Biblioteca Vaticana.

Il viaggio della carta continua, subendo una brusca accelerata a Fabriano: un nome che di sicuro avrete sentito menzionare almeno una volta (se non di più) nelle ore di educazione artistica.

È nelle attuali Marche, ottocento anni fa, che qualcosa cambia: già in precedenza, in Occidente, i metodi di fabbricazione della carta si erano adattati al nuovo clima, non prevedendo più l’impego delle fibre del gelso precedentemente adoperate in Oriente ma l’utilizzo di stracci di lino e canapa come materiali di partenza per ottenere il prodotto finito; le pezze di stoffa venivano raccolte da stracciaioli e cenciaioli, in modo tale che i prodotti di scarto di un settore andassero ad alimentarne un altro, in un invidiabile circolo virtuoso. E il tessile non fornì soltanto la materia prima, ma anche e soprattutto i mezzi per velocizzare la produzione.

Per follare la lana, infatti, si utilizzava all’epoca un’imponente e rumorosa macchina chiamata gualchiera: il congegno serviva a battere e ribattere la lana grezza perché potesse poi subire altre fasi di lavorazione. Lo stesso meccanismo fu applicato all’interno delle prime cartiere per ridurre in pezzi panni smessi e scampoli, che venivano ulteriormente pestati fino ad essere ridotti ad un impasto omogeneo; quest’ultimo veniva versato in tini ricolmi d’acqua, dai quali veniva poi ripescato con una specie di stampo (il modulo) composto da una cornice di legno e da un’intelaiatura metallica adatta a sostenere le fibre sminuzzate. È quest’ultima a riportare il segno distintivo che individua luogo di provenienza e qualità di tutta la carta prodotta fino all’Ottocento: la filigrana, che ciascuno di noi può notare in qualche piccolo rettangolo di carta che si ritrova sempre (o quasi) nel portafoglio.

Il nuovo uso della gualchiera, il modulo in rete metallica provvisto di filigrana e da ultimo la collatura del foglio con un impermeabilizzante di origine animale furono tutte innovazioni approntate in quel di Ancona, e ciascuna di esse è rimasta inalterata per secoli, fino ad essere soppiantata dai processi di produzione industriale iniziati nel XIX secolo e continuati a ritmi serrati nel nostro XXI: ma in qualsiasi modo sia prodotta, per qualsiasi uso sia pensata, la carta ci accompagna ancora immancabilmente e nemmeno in futuro il suo uso e la sua persistente presenza verranno meno nella vita dell’umanità.

Chiara Tomasella

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; attualmente studia Lettere Moderne all'Università di Udine, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.