Casa, chiesa e palla a spicchi

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Non è Golia, ma sa bene come essere David. Dategli solo un pallone e quattro decimi di secondo. Un dito si alzerà nel cielo.

C’è un ragazzo dell’Ohio che non ama il lusso, le feste a bordo piscina e le appariscenti croci d’oro in bella mostra su maglie super aderenti. C’è un ragazzo acqua e sapone che preferisce sua moglie Ayesha, conosciuta a quindici anni in chiesa, ai party (poco vestiti) alla Miley Cyrus. Si dà il caso che questo ragazzo sia anche lo sportivo del momento, l’MVP (most valuable player) della lega di basket più famosa e spettacolare del mondo, l’NBA. Sì, proprio quella di Abdul-Jabbar, Michael Jordan e LeBron James.

Essere alti un metro e 91 centimetri e pesare 84 chilogrammi può essere un problema se ti trovi di fronte Tim Duncan o Dwight Howard. Il talento, dicono in tanti, non basta: ci vogliono i muscoli. Ed è così che, dopo anni di sacrifici e allenamento, rischia di non filarti nessuno. Anche se tuo padre giocava a basket, anche se sei il miglior realizzatore di sempre della tua università.

C’è invece un ragazzo di Akron, che con i suoi Golden State Warriors andrà sicuramente a giocarsi l’anello. Sarà per quella faccia da bambino che nasconde un crossover ubriacante (chiedere a Chris Paul dei Clippers per delucidazioni), sarà per la presenza in campo di uno splash brother come Klay Thompson, sarà che i suoi movimenti e le sue parabole saranno presto studiati nelle scuole, e non solo da Sport Science.

Quattro decimi di secondo. E’ questo il tempo che intercorre tra la raccolta del palleggio e il suo tiro a canestro, anche da otto-nove metri. Nato il 14 marzo come Einstein, anche il giovane campione adora la matematica. Solo, è un po’ più tranquillo del grande genio: niente scappatelle, niente colpi di testa. Casa e chiesa, direbbe qualcuno. Casa, chiesa e palloni diremmo noi. Palloni distribuiti con sapienza da abile point guard, nascosti con giochi di prestigio degni di David Copperfield (il mago, non il giovane di Blunderstone), rubati con la maestria di un allievo di Fagin (qui sì, è Dickens), stoppati e recuperati con la furbizia di uno che non è Golia, ma sa bene come essere David.

Classe, genio, umiltà. E numeri. Come il 286, il numero di volte in cui il ventisettenne afroamericano ha alzato il dito al cielo nella regular season appena trascorsa. Perché Stephen Curry, se va a segno “da tre”, non dimentica mai di ringraziare Lui, il Grande Playmaker.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.