Celebrare la differenza: il corpo abitato, l’incontro con l’Altro

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L’unica risposta alla domanda esistenziale “Chi sono?” non sta negli accessori, ma nel corpo, nell’anima e nell’incontro con l’Altro.

Sono rimasta molto colpita dalle recenti proposte di collezioni ungendered lanciate da noti marchi della moda, come Zara, Prada, Givenchy. «La rottura dei confini di genere è già una realtà» commenta Miuccia Prada. Senza genere, senza differenza sessuale. Purtroppo, questa tendenza a uniformare l’uomo e la donna, che sta prendendo piede nel campo della moda, è il sintomo di una crisi esistenziale ben più grave.

Le rappresentazioni maschili e femminili diffuse dai miti e dai racconti mediatici esprimono un esplicito invito a uniformare desideri, bisogni consumistici, stili di vita. Il narcisismo moderno trasforma il corpo in un prodotto di consumo per sedurre ed essere sedotti, in un rivestimento esterno intercambiabile a seconda delle mode del momento. L’ipertrofia dell’Ego che caratterizza la società di oggi ci illude di essere i veri padroni della nostra identità e destino e, ciò facendo, in realtà ci nasconde quanto siamo diventati schiavi dei feticci di cui ci siamo circondati. Pensiamo di possedere e controllare i dispositivi tecnologici, mentre in verità sono loro a renderci schiavi e dipendenti; pensiamo di decidere autonomamente cosa indossare, cosa vedere, cosa apprezzare, quando invece non facciamo altro che omologarci alle mode e alle opinioni della massa. La stessa fine la sta facendo il corpo, con tutti i suoi portati in termini di identità e sessualità: illudendoci di esserne i padroni, prima ci lasciamo incantare dalla sua immagine fino a svuotarla completamente dell’anima, poi ci perdiamo in essa, affogandovi come il povero Narciso.

In tutto questo, chi ci guadagna se non il marketing? Dovendo pensare a un target uniformato, costituito da corpi senz’anima, compratori compulsivi senza identità sessuale, può tranquillamente dimezzare costi e prodotti. Ecco allora che nascono le collezioni ungendered, come quella proposta recentemente dalla catena di abbigliamento spagnola Zara. Ancora una volta l’orizzonte che ci si prospetta è quello dell’omologazione totale e irrimediabile tra uomo, donna e macchina, una società di cyborg totipotenti che celano, sotto le maschere, identità alla deriva. Apparentemente potenti all’esterno, fragili e insicuri all’interno.

Dal momento in cui l’uomo ha eliminato dai propri pensieri e dai propri riferimenti Dio, le grandi ideologie, gli ideali, i valori morali, si è ritrovato solo con se stesso. Solo. In mezzo al vuoto esistenziale che si è creato attorno in nome della Libertà, unico nume sacro e inviolabile rimasto in piedi. È allora che, accorgendosi di quanto sia rumoroso, scomodo, doloroso quel vuoto, ha cercato di riempirlo di spettacolo. Luccichii, jingles, fotografie, specchietti per le allodole, distrazioni. Accessori, che per definizione non definiscono chi li indossa. L’uomo, rimasto solo con se stesso dopo la strage di ideali e religioni, si sente potenziato, superuomo, alpha e omega della propria esistenza. La vita si è ridotta a un meccanico fare e avere, ogni desiderio è realizzabile (Yes, you can), ogni regola è infrangibile (perché no?), ogni cosa è a portata di mano (tutto intorno a te). L’uomo contemporaneo si riveste di accessori, cose “fuori da sé” che pensa lo definiscano. Soldi, titoli, abiti, dispositivi tecnologici. Cosa che ha, ma che non è. Perché infatti, quando se ne spoglia, rimane nudo. Questo è ciò che fa più paura: vedere la propria nudità, la propria inermità. Spogliati dagli accessori, noi siamo un corpo, che è stato generato con un preciso corredo genetico, che abitiamo e viviamo dall’interno, e un’anima, che riempie quel corpo e lo nobilita, lo rende qualcosa di più. Basta. Questo è ciò che siamo, autenticamente, questo è ciò che abbiamo paura di mostrare all’Altro e che, ancora prima, abbiamo paura a riconoscere nello specchio. Perciò, in una società di scorciatoie e suggerimenti, scegliamo la strada più facile: eliminare ciò che ci costringe a metterci davanti alla nudità, ovvero il Reale e l’Altro. In altre parole, distruggiamo lo specchio.

Così, illudendoci di controllare l’incontrollabile, rendiamo tutto oggetto di scelta, persino l’identità, il corpo, il sesso, che è il primo attributo dell’identità e del corpo. Il grande paradosso è che tutte le cose che crediamo ci rendano liberi (gli accessori) in realtà ci ingabbiano, mentre le cose che pensiamo ci ingabbino (il corpo, l’identità, l’Altro) in realtà sono proprio quelle che ci rendono liberi. Perché la risposta, la sola e unica possibile, alla grande domanda esistenziale “chi sono?”, a cui pensatori, sacerdoti e filosofi cercano di rispondere, non sta negli accessori, ma nel nostro corpo, nella nostra anima e nel contatto con l’Altro. Allora ecco che l’atto di coraggio, origine di ogni libertà, non è quello di varcare il limite o distruggere lo specchio, ma l’accettare, il sé e l’Altro, come principio primo d’azione e conoscenza.

Così come non possiamo negare di avere un’anima, o una mente, che governa il nostro agire, allo stesso modo non possiamo negare di avere un corpo, che è la nostra interfaccia, il nostro tramite, il mezzo attraverso cui agiamo e ci relazioniamo al Sé, nello specchio, e all’Altro, e che questo corpo, che possediamo e abitiamo, è sempre un corpo sessuato. Certamente è un limite, che non sempre corrisponde ai nostri desideri e per tanto può sembrarci una gabbia, ma non possiamo vivere senza di esso. La vita inizia con l’accettazione del proprio corpo e viene perpetrata, nella generazione, attraverso il corpo.

La differenza sessuale, dunque, è necessaria alla sopravvivenza dell’uomo, non solo dal punto di vista riproduttivo, ma anche da quello spirituale. La vita nasce dalla diversità di due corpi che sono limite l’uno per l’altra e che sono fatti apposta per combaciare perfettamente, affinché ciascuno compensi e colmi il limite dell’altro. Questa è la bellezza del limite, la sua vera ragione d’essere. Così come il ragionamento scaturisce dalla contrapposizione di una tesi e un’antitesi, anche la vita nasce da una diversità costruttiva, da un due che diventa un uno, da due diverse entità che si sommano per crearne una nuova. Annullare le differenze rendendo tutti uguali non può che condurre alla morte, alla perdita, al vuoto.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L’ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L’Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi “col naso all’insù”.