C’era una volta l’arte

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Vi è mai capitato di ritrovarvi a visitare una mostra o una sezione di un museo dedicata all’arte contemporanea? L’arte dei giorni nostri, che a scuola non si spiega perché è troppo recente per poter costituire un argomento di studio. E soprattutto perché le produzioni sono decisamente troppe. Spuntano come i funghi, plasmate da presunti geni dai nomi sconosciuti, e spesso vengono utilizzate per abbellire le nostre città. Ma se da un lato abbiamo una massiccia e variegata produzione artistica, dal lato del pubblico troviamo la sorda indifferenza di chi è affezionato ai grandi artisti del passato. Così le mostre che accolgono più visitatori sono quelle di Monet, Van Gogh, Kandinsky. Rispetto ad un Ottocento in cui gli artisti emergenti e rivoluzionari, come una volta erano Monet e gli Impressionisti, partecipavano a grandi esposizioni creando anche un certo scandalo, oggi l’arte sembra essersi addormentata e suscita al massimo confusione e una buona dose di ilarità.

Ricercare i motivi di questa stasi artistica nel contesto sociale che caratterizza la nostra epoca è un’operazione tanto ardua, quanto inutile. “Ai posteri l’ardua sentenza” scriveva Manzoni, che sapeva bene che non possiamo giudicare un avvenimento storico o un certo fenomeno se lo stiamo allo stesso tempo vivendo, perché non abbiamo gli elementi per poter fondare e costruire un giudizio critico. Ciò che si può invece fare è cercare di capire quali siano gli aspetti di quest’arte che proprio non riescono ad arrivare al pubblico. Uno storico dell’arte di fine Ottocento, Herni Focillon, ha elaborato una teoria interessantissima che paragona l’arte ad un pendolo in costante oscillazione tra ciò che più si avvicina alla vita, ciò che è più reale, e invece il cosiddetto accademismo, la ricerca della raffinatezza e della perfezione. Focillon in realtà stava studiando l’arte giapponese, che ha caratteri molto diversi da quella occidentale, ma se ci pensiamo la teoria è ugualmente applicabile. Bisogna però fare una distinzione: per perfezione accademica si intende puntigliosa rappresentazione della natura.

I due estremi tra cui oscilla il pendolo non sono che le due correnti di pensiero che da sempre si scontrano sul tema della bellezza e che in filosofia vengono teorizzate dai due intellettuali più temuti dagli studenti. Per Kant la sublimità risiedeva unicamente nella natura, ragion per cui il “bello artistico” doveva avvicinarsi a quello naturale. Secondo Hegel invece l’essenza della bellezza è legata alla spiritualità e l’opera d’arte è tanto bella quanto più riesce a far risuonare l’interiorità di chi l’ha creata. Mi viene in mente Pollock, che riduceva al massimo l’utilizzo dell’attrezzatura pittorica per entrare nel dipinto, sentirsi un tutt’uno con esso.

Hegel individua una potente componente dell’arte, che è quella comunicativa. Un’opera d’arte per essere apprezzata deve far scattare qualcosa nello spettatore, se è difficile che sia un emozione almeno un’ombra di curiosità. E su questo ci siamo, se non altro la prima reazione che si ha nel guardare una testa di zebra con i primi numeri della serie di Fibonacci è di curiosità e bisogno di comprendere. Perché è evidente che siamo afflitti da schiavismo da simboli: tutto deve avere un senso. Solo che l’artista non ha intenzione di spiegarcelo, forse perché non lo sa neanche lui. E probabilmente neanche il critico lo sa e per questo si nasconde dietro descrizioni ermetiche e inaccessibili.

L’arte contemporanea più che un pendolo sembra una bussola impazzita. Non c’è un filo conduttore che permetta di capire in che direzione vada ricercata la bellezza, né di sapere se questa ricerca sia ancora una prerogativa dell’arte. O forse siamo esattamente a metà del moto del pendolo, indecisi e confusi sulla direzione da prendere.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.