Cercare il proprio sentiero nei boschi narrativi

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Vi sono alcuni che vogliono leggere ogni scritto… il numero di libri è illimitato, tu non cercare l’infinito”. Così si esprime Ugo da San Vittore nel suo De Arte Legendi.

Una verità a cui non avevo fatto mai caso, o meglio, su cui non avevo mai riflettuto. A volte ci convinciamo, ci illudiamo, che giungerà un momento della nostra vita – forse anche molto lontano – in cui potremmo dire di aver letto, se non proprio tutto ciò che sia stato scritto, almeno tutto ciò che avremmo voluto leggere. Purtroppo, un evento destinato a rimanere non celebrato, velleitario: resteremo eternamente filosofi nell’ accezione etimologica del termine, cioè amanti della piena sapienza (filos – sofòs): come la linea dell’orizzonte, per inseguita che sia, essa sfuggirà sempre alla nostra presa. Le cose che sappiamo, i libri che abbiamo letto, risulteranno sempre infinitamente meno rispetto alle cose da sapere o ai libri da leggere.

Come non riconoscersi in questa descrizione del “Lettore”, inconsueto protagonista di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, romanzo sul piacere della lettura?

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti.[…] E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati

È crudele, fa male: ma spesso la verità è portatrice di sofferenza. Qualche giorno fa mi sono recato in libreria accompagnato da un mio piccolo amico il quale, spiazzato e stupito davanti una gran quantità di libri, andava incalzandomi incuriosito: “Questo l’hai letto?” “E questo?” “ E quest’altro?”. Alcune volte, ho potuto rispondere affermativamente, altre – molte –  confessavo di conoscerne vagamente il contenuto senza averlo mai letto; ma nella maggior parte dei casi – troppi – ammettevo di esserne completamente all’ oscuro.

Ebbene, davanti a noi si stende una tela di Penelope: “tessiamo”, affannati, ma senza poter pervenire ad una conclusione, impossibilitati a porre fine all’ordito. Orde di libri ci sovrastano, ci investono da ogni parte: chi di noi non possiede una personale lista di Libri Che Da Tanto Tempo Ha In Programma Di Leggere, o ancora di Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggere? Liste dai punti numerosi, infiniti, come le stelle del firmamento. Commensali al ricco Banchetto della Cultura, dobbiamo fare la nostra “ordinazione”.

D’altronde, questa è l’inevitabile conseguenza dell’ “amare i libri”. Amare in latino si dice Diligere, un verbo che sta anche a significare scegliere. L’amore, quindi, comporta una scelta  che escluda ulteriori possibilità. Chi ama una donna, non ama le altre; similmente  –mutatis mutandis- chi “ama” alcuni libri, non può “amare” tutti gli altri (perdonatemi l’arditezza e la spigolosità dell’accostamento).

Progrediamo con serenità, gustando fin in fondo i libri che leggiamo, facendoli nostri, evitando che rimangano inerti, indifferenti, scollati dalla nostra vita quotidiana: un semplice svago che ci consenta di dire “l’ho letto!”, una dimostrazione di vuota erudizione, rancida e stantia. Evitiamo di scorrerli distrattamente, smaniosi di terminarli. A volte quando, chiuso il sipario sull’ultima pagina, li riponiamo nello scaffale, crediamo che prima o poi – non sappiamo neanche dire quando -, ci sarà data la possibilità di rileggerli: “la vita è ancora lunga…”, pensiamo. Ma quanti libri stanno ancora ad aspettare, impolverati, ammuffiti, al buio, il compimento di quell’ “Arrivederci”! Ci guardano col viso mesto, vanamente speranzosi;  e noi neanche ce ne accorgiamo. E’ vero, forse avremo la possibilità di rileggerne integralmente alcuni che ci sono più cari – pochissimi – o di riprenderli in parte: ma ciò non potrà essere fatto con tutti.

Una lettura meditata e attenta sarà sufficiente a renderci padroni dei libri. Proviamo quindi a memorizzare le trame, i nomi (obiettivo ostico con gli autori russi); meravigliamoci di fronte a stupende metafore, sinuosi periodi; pasteggiamoli, come si fa col buon vino, rileggiamo pure due, tre, quattro volte, all’infinito!, i passaggi che più ci colpiscono, che sentiamo vicini alla nostra vita e – perché no? – prendiamo alcune note per supportare la nostra debole memoria. Probabilmente, col passare degli anni, dimenticheremo pure le vicende narrate, i nomi dei personaggi, persino l’autore o le circostanze in cui li abbiamo letti: ma essi ci avranno lasciato qualcosa; non importa se noi non lo ricordiamo.

Lo scrittore latino Seneca, nel tentativo di spiegare questo concetto al suo discepolo Lucilio, paragonava i libri al cibo. Come questo, una volta digerito, entra inscindibilmente a far parte di noi, divenendo sangue, carne, ossa,  così i libri, se ben assimilati, ci donano un qualcosa, depositandolo, talvolta tacitamente, nel nostro intimo. O ancora, ecco come Petrarca descrive poeticamente il suo rapporto coi libri: “ non li ho scorsi, ma meditati e studiati con gran cura; li divorai la mattina ma per digerirli la sera, li inghiottii da giovane per ruminarli da vecchio . Ed essi entrarono in me con tanta familiarità che se anche in avvenire più non li leggessi, resterebbero in me, avendo gettato le radici nella parte più intima dell’anima mia;  ma talvolta io dimentico l’autore, poiché per il lungo uso e per il continuo possesso quasi per proscrizione essi sono divenuti come miei, e da così gran turba circondato io non ricordo più chi sono e se sono miei o d’altri”.

Quanto più arduo è il nostro compito! Molti secoli ci separano da questi due illustri letterati, molte opere sono state scritte nel frattempo: e come è difficile scegliere! 

Non importa aver letto molti libri, ma averli fatti propri. Se poi si è riusciti a far propri molti libri, tanto meglio. Plinio il Vecchio, lettore avidissimo, diceva di non aver mai letto un libro tanto cattivo da non avere qualche utilità, e si riproponeva: “non accada che io tralasci scientemente qualche dato, se l’ho reperito da qualche parte”.

Come districarsi quindi nella scelta? Cosa leggere? Ognuno dovrà trovare da sé la risposta al quesito, assecondando i propri gusti e i propri interessi. Certuni preferiscono saltellare da un genere all’altro, sbocconcellando un po’di tutto; c’è invece chi preferisce fossilizzarsi in unico genere. Tutte scelte comprensibili, giustificate dalle personali predilezioni.

In generale, credo che la lettura di Classici (antichi e moderni, italiani e stranieri) sia un modo per andare “a colpo sicuro”, un buon punto di partenza. Ma cos’è un Classico? Un Classico, per dirla con le parole di Calvino, è  “un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire” di cui “ogni prima lettura è in realtà una rilettura”. Un romanzo assurto al rango di Classico ha superato con successo il setaccio del tempo; nonostante siano passati molti anni dalla sua pubblicazione, esso permane, più che attuale, eterno: ha sempre qualcosa di nuovo da dirci, un insegnamento da comunicarci. La letteratura, la “Commissione selezionatrice dei classici”, è come la rete dei pescatori, che trattiene l’essenziale della vita lasciando sfuggire il superfluo. (Cit. Alessandro D’Avenia). Ma per color che sono alle prime armi sarà certamente utile appoggiarsi al consiglio di una persona saggia ed esperta: un ottimo modo per non prendere sonore cantonate ed evitare di perdere tempo in letture di poco valore.

Cosa altro dire? Non ci resta che seguire i consigli dati al “lettore” del Romanzo:

“Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! »

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.

  • Federicaa

    E soprattutto cerchiamo di non lasciare che uno schermo sottile sostituisca la magia di prendere tra le mani un libro, scorrere le dita tra le pagine e asprirarne l’odore che, ci tengo a precisare per esperienza, è diverso per ogni libro. Personalmente preferisco prendere i libri in biblioteca perchè sono quelli che hanno una storia più bella da comunicarmi, magari con piccoli segnali che mi darebbero fastidio se il libro fosse mio, come una macchia di caffè o una sottolineatura a matita.