«Charlie Hebdo», quando parlarne in classe diventa un dovere

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Sono passati alcuni giorni dalla strage di Parigi e Ana, musulmana di 18 anni, non aspettava altro che rivedere il suo professore di storia. Doveva dissipare tutti i suoi dubbi, capire il perché di quella tragedia. L’insegnante non fa nemmeno in tempo ad entrare in aula che viene già tempestato di domande. «Prof., possiamo parlare di quello che è successo a Parigi?». Le fa eco una compagna: «E se succedesse anche qui da noi?».

All’indomani dell’attentato terroristico a «Charlie Hebdo» è palpabile il desiderio di risposte e la volontà di decifrare i retroscena di una strage. I ragazzi chiedono di riflettere sull’attualità, vogliono conoscerne la storia, interrogarsi sui perché, commentare e criticare ciò che hanno letto o sentito in tv. «Fin dove può arrivare la satira?», «c’è un limite alla cosiddetta “libertà di stampa” che è sulla bocca di tutti?». È chiaro che un’occasione del genere, ricca di spunti, intessuta di confronti e domande, non debba essere sprecata. Capita raramente che gli studenti chiedano di partecipare con ardore ad una lezione di storia, quando succede è perché sentono vicini gli eventi che sono parte della loro quotidianità, tassello, appunto, della loro storia.

«Abbiamo classi con un’alta percentuale di stranieri – afferma una docente di un Istituto veneto – in cui ci sono alunni ortodossi, musulmani e atei. È inevitabile parlare di quello che è successo!». Parlarne è sicuramente inevitabile ma diventa un dovere, per un docente, separare il trasporto empatico dallo studio mirato degli avvenimenti. Bisognerebbe creare una lezione in cui i dibattiti siano frutto di ricerca, senza perdere di vista l’analisi critica o la finalità educativa. Purtroppo, specie in classi frequentate da stranieri, lasciarsi trascinare dall’impeto dell’emozione, vessillo delle proprie radici, rischierebbe di dirottare altrove l’essenza del dibattito. Per questo è bene ricordare che anche in casi del genere, in cui l’attualità diventa lezione, il dovere di un insegnante resta sempre lo stesso: educare. Educare a studiare, ricercare, criticare, approfondire. Le chiacchiere da bar non appartengono alla scuola, e questo ai ragazzi va comunque insegnato.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!