Che fai tu Luna in ciel?

0

Neppure la più avvenente e affascinante ragazza potrebbe gareggiare con lei in quanto a numero di ammiratori ed osservatori. Lei sta lì, eterna peregrina, lucente, splendente, da sempre: la Luna. Non invecchia, la sua bellezza non sfiorisce, non si attenua: sempre identicamente fornita di un fascino nuovo (perdonatemi il gioco di parole).

Gli antichi, più  romantici di noi, la chiamavano Selene. Non un ammasso di minerali, freddo e inerte, ma una persona, una divinità: Selene. Ignoranza? Eccessiva inclinazione a prestar fede a leggende? Forse. Ma non importa.

Poche le esperienze che accomunano collettivamente ogni singolo individuo della specie umana. Non me ne vengono in mente altre, in questo momento; ce ne saranno, immagino, ma non sono importanti ai fini del nostro argomento.  A partire dal primo uomo che abbia messo piede su questo misterioso pianeta,  nessuno sarà stato privato dalla possibilità di avere un dialogo a quattr’occhi con la Luna. Anzi, oserei dire che i nostri antenati avessero una strada maggiormente spianata, non abitando le nostre fulgenti città, con luci che sembrano illuminare più il cielo che la terra, precludendoci la vista di consistente parte del firmamento,  e deturpando la perfetta e nitida sagoma lunare.

Mi piace immaginare  che persino gli uomini primitivi, rudi, grezzi, – ce li immaginiamo così, no? Con una clava ed un pezzo di carne cruda in mano-  ai primordi della civiltà, potessero commuoversi, davanti ad un tale spettacolo (non siamo poi cambiati  tanto, in fondo), seguire cogli occhi dell’immaginazione quella goccia di pianto che scivola a singhiozzi solcando la ruvida pelle di un nostro ipotetico antenato, imperlandosi, impreziosendosi al riflesso di quel chiarore divino, oserei dire,  più o meno consapevolmente riconosciuto come tale. Sembra che dentro l’uomo –  si dice “dentro”, perché nessuno è mai riuscito a localizzarlo con esattezza- dentro l’uomo, dicevo, ci sia un qualcosa,(o un “qual” senza “cosa”) che è rimasto immutato, nei millenni.

Quell’enorme perla, docile alle fasi che la snelliscono gradualmente, talvolta riducendola ad un esile spicchio, quasi una ciglia argentata; che ogni notte si staglia paziente nel cielo nero, ovattandone la profonda oscurità con una bruma cristallina; come non pensare che essa nasconda qualcosa di divino? Come non porsi la domanda “ma chi ce l’ha messa lì? Chi ha progettato questa armonica siderea composizione?” (probabilmente non si esprimevano in questi termini, ma il concetto vi si doveva approssimare).

La contemplazione del globo lunare ci avvicina a noi stessi,accosta l’uomo alla sua essenza d’uomo; Ciaula si  accorse di esserlo solo quando ne scoprì per la prima volta l’esistenza. Chi può mai immaginare cosa passò tra la testa e il cuore di quel debole ragazzino?

Il pastore del Canto notturno di Leopardi è solo e sperduto in mezzo alla steppa asiatica. A chi rivolgere quelle domande che facevano pressione sul suo cuore dolente? Domande insolubili già in partenza, ma che tuttavia si sente il bisogno di esprimere: “chi sono? Che ci faccio io qui, sulla terra? Perché vivo, perché muoio?”.

Chi può serbare una risposta a tutto questo?  Ma la Luna, chiaro! D’altronde Ariosto riteneva che tutto il “senno” perduto sulla terra si accumulasse lì. Quindi, quale migliore interlocutrice?  E da qui quell’immortale ritornello  “che fai tu luna, in ciel, dimmi che fai? Silensioza luna…” ma essa rimane, appunto,silenziosa, immortale, eterna immutabile, amica del silenzio.  Lo stesso Leopardi amava raccogliersi in colloqui con la “graziosa luna”, piangendo ai suoi raggi le sue lacrime.

Abbiamo forse individuato l’asse portante che tiene in piedi, giustificandole, tutte queste pretese affibbiate al nostro fedele satellite.

Forse perché Lei, lì, c’è sempre stata, ferma e immobile, senza mai mancare all’appuntamento, più o meno maestosa, magari, ma presente, sempre, ogni sera.  La sua tersa presenza sembra appartenere ad una dimensione atemporale, la sua collocazione rappresenta una ferma certezza nell’immaginario collettivo.

Alla lunga, dopo miliardi di anni, persino il Sole si è stancato di girare attorno alla Terra. Per cui, incrociate le braccia (se così possiamo dire) decise di rivolgersi ad un certo Copernico: era meglio che convincesse la Terra a darsi una mossa anche lei, gli disse, avrebbe dovuto essere lei a ruotare,  se non voleva rimanere senza luce né calore per sempre. E’ così ha fatto, non senza una certa iniziale indolenza.

La luna no, invece. Non si è mai stancata. È rimasta lì. Lontana, è vero, fredda, eppure, paradossalmente, a portata di mano, più abbordabile del rovente e maestoso astro, verso cui è impossibile anche solo rivolgere lo sguardo. Più modesta, più elegante. Comprensiva, disposta a prestar orecchio ai lamenti, a impreziosire i pianti, a sancire il patto degli innamorati…

Forse è questo il  suo punto di forza…

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.